Censimento, com'è cambiata l’Italia in 150 anni di quesiti

Sono 84 le domande elaborate dall'Istat per il censimento 2011 (Foto Flickr di censimentoistat)
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Dovremo aspettare la primavera 2012 per conoscere i primi dati del nuovo questionario. Intanto, ecco un quadro di come siamo cambiati attraverso le domande cui siamo chiamati a rispondere, ogni decennio, a partire dal 1861

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IL QUESTIONARIO COMPLETO 2011 DAL SITO DELL'ISTAT

di Isabella Fantigrossi

Dopo i primi pasticci online e qualche disguido alle Poste per la consegna dei moduli, il 31 marzo 2012 l’Istat dovrebbe diffondere le prime informazioni sugli italiani analizzate attraverso il quindicesimo censimento della storia del Paese. Ma per capire subito qualcosa della nostra società, ci si può accontentare per adesso di osservare le domande formulate. Perché dall’anno dell’unificazione e del primo censimento, con l’aumentare della complessità del Paese, l’analisi dell’Istat si è fatta sempre più capillare e approfondita. E anche i quesiti, da quelli sulla famiglia a quelli sull’istruzione, da quelli sul lavoro a quelli sulla casa, la dicono lunga sugli enormi cambiamenti dell’Italia dal 1861 a oggi. Allora poche domande sono state in grado di fotografare poco più di 22 milioni di persone. Nel 2011, invece, per rappresentare gli stili di vita di 61 milioni di persone, di cui 4,5 milioni di immigrati e oltre 25 milioni di famiglie, ne servono ben 84.

Nei primi due censimenti, quello del 1861 e del 1871, l’unità di rilevazione non è la famiglia o la casa, bensì il "focolare": sono censiti insieme tutti quelli che mangiano allo stesso fuoco, i familiari insieme al "servo che abita col padrone" o all’ospite "alloggiato a dozzina". Basso è il tasso di scolarizzazione della popolazione. E infatti pochissimo spazio è dedicato all’istruzione: fino al 1931 la sola informazione richiesta è quella sulla capacità di leggere e scrivere. E nel 1861 al lavoro è destinata una sola domanda: a tutti, compresi i bambini, si chiede se la professione è esercitata in qualità di "maestro" o di "garzone".

Fino al 1911 agli italiani si chiede di dichiarare quale religione professano e proprio in quell’anno viene fissato il primo limite di età, 10 anni, per rispondere alle domande sul lavoro. Nel 1931, il regime fascista formula uno dei quesiti più curiosi, che oggi si direbbe forse lesivo della privacy: quello sulla fecondità delle donne coniugate, vedove e separate. E nel censimento del 1936 - l’unico svolto a soli 5 anni dal precedente in seguito alla riforma del governo – si chiede per la prima volta di contare anche i famigliari assenti: in quell’anno moltissimi capi famiglia sono lontano da casa, impegnati in Africa orientale o nelle colonie italiane. Ed è sempre allora che si cominciano a rilevare i coniugi separati – solo di fatto perché il divorzio diventa legge nel 1970 - e le "coppie che vivono maritalmente, pur non essendo unite in matrimonio legale", che furono censite con un unico foglio di famiglia. Un quesito che ricorda quello sui "conviventi in coppia" comparso nel censimento di quest'anno e che permette di censire le coppie di fatto.

Dal 1951, invece, nel primo censimento dell’Italia repubblicana, si considera famiglia anche chi vive da solo. E, soprattutto, si cominciano a contare anche le abitazioni: sono gli anni appena dopo la guerra e il Paese sente la necessità di fare una ricognizione del patrimonio di case sopravvissute alle bombe. Domande anche sulle condizioni igieniche del bagno e della cucina, se esistenti.

Nel 1961, in pieno miracolo economico italiano, il limite per rispondere alle domande sul lavoro viene alzato a 14 anni e, così come nella tornata successiva, si fa un nuovo approfondimento sulla fecondità delle donne. Quelli tra gli anni ’60 e ’70, del resto, sono gli ultimi decenni in cui il tasso di crescita annuo della popolazione è davvero sostenuto. Nella tornata del 1971 arriva un altro segnale dell’Italia che cambia sotto la spinta del boom: sono inseriti i quesiti sul pendolarismo per motivi di studio e di lavoro e, con l’entrata in vigore della riforma della scuola media obbligatoria del ’62, il quesito sull’istruzione comincia a prevedere nuove risposte codificate: alfabetismo, licenza elementare e licenza media. Sempre in quell’anno si procede per la prima volta alla rilevazione dei gruppi linguistici di Trieste e Bolzano e alla traduzione del questionario in lingua tedesca. Dopo la nascita della scuola materna nel 1968, in piena contestazione, nell’81 arriva la domanda sulla frequenza dei figli all’asilo. E nel ’91, visto il numero sempre più alto di mamme al lavoro, nel questionario compare anche l’asilo nido. L’Italia è diventata ormai terra di immigrazione e non più Paese da lasciare: il modello del censimento di vent’anni fa è perciò tradotto in sei lingue oltre all’italiano.

Nella scorsa tornata, invece, i nuovi interessi dell’Istat si rivolgono ai titoli di studio conseguiti all’estero e al grado di istruzione dei nuovi cittadini stranieri. Nel 2001 la soglia minima per rispondere al blocco dedicato al lavoro si alza a 15 anni e, soprattutto, arrivano i nuovi quesiti sui contratti precari e a tempo determinato. Infine, con il censimento 2011, per la prima volta verranno contate anche le coppie di fatto, comprese quelle omosessuali. E, tra le altre novità, l'attenzione all’ambiente: entrano quesiti sul tipo di combustibile usato per riscaldare casa e sulla presenza di aria condizionata o di impianti a energia rinnovabile. Infine, domande anche sulla tecnologia: nel 2011 l’Istat chiede per la prima volta quante connessioni a internet ci sono in ogni abitazione.

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