Scuola, i prof: “Digitalizzarla? Ora non è la priorità”

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Mentre all'università di Stanford prendono il via i corsi online, i nostri insegnanti raccontano una realtà diversa. "Le nuove tecnologie sono importanti, ma i problemi da risolvere sono altri": edifici fatiscenti, "classi pollaio", mancanza di gessetti

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di Valeria Valeriano

I professori hanno espresso tutti lo stesso concetto. Le nuove tecnologie sono importanti, ma i problemi prioritari della scuola sono altri. “Ben vengano i computer, le lavagne elettroniche e internet in classe, ma se agli alunni mancano la sicurezza e lo spazio per muoversi, tutto il resto diventa secondario”.
Poco tempo fa Sky.it ha pubblicato i dati sulla digitalizzazione degli istituti italiani: il 7 per cento degli studenti usa le lavagne elettroniche, una scuola su quattro avrà una connessione Wi-Fi entro quest’anno, dal prossimo tutte adotteranno libri digitali. Ora abbiamo raccolto l’opinione di chi la materia la conosce meglio: gli insegnanti. Una vox populi senza nessuna pretesa statistica. Abbiamo sentito una decina di professori, che lavorano in diverse regioni e in scuole di grado differente. I loro istituti non sono tra i 13 fortunati che rientrano nel progetto Scuol@ 2.0, né vantano una delle 416 Cl@ssi 2.0. Non hanno internet in ogni aula, le lavagne elettroniche sono poche, i computer a volte li portano da casa. Si rendono conto di quanto queste tecnologie possano migliorare la didattica, ma rimangono fermi su un punto: digitalizzare la scuola, ora, non è la priorità.

Anna, 29 anni, insegna Inglese in una media del centro storico di Roma. “Sarebbe bello avere internet sempre a disposizione – dice –. Gli studenti imparerebbero la lingua più facilmente guardando, ad esempio su YouTube, l’ultimo singolo di un cantante o una scena del telefilm del momento. Ma se quando piove devi badare alle gocce che cadono dal tetto, tutto passa in secondo piano”. Quello dell’edilizia scolastica è il primo problema sollevato dai professori che abbiamo sentito. Secondo il Rapporto 2011 "Sicurezza, qualità e comfort degli edifici scolastici", il 28 per cento delle strutture italiane è del tutto fuorilegge, privo dei requisiti di base previsti dalle norme sulla sicurezza. Il Consiglio nazionale dei geologi, inoltre, ha lanciato un allarme: il 57 per cento delle nostre scuole non possiede il certificato di idoneità statica.
Guido, 37 anni, che insegna in provincia di Bologna, racconta che un’ala del suo liceo scientifico è stata chiusa perché pericolante. “Hanno spostato tutti gli alunni nella parte sicura. Anche i vecchi ripostigli sono stati trasformati in aule. Che senso ha una scuola high tech dentro e fatiscente fuori?”.

Un’altra questione che avrebbe la precedenza sulla digitalizzazione degli istituti, secondo i docenti intervistati, riguarda le cosiddette “classi pollaio”. Sempre secondo il Rapporto, gli studenti stipati in aula come sardine sono oltre 66mila. Roberto, 33 anni, insegnante di Lettere in un istituto superiore comprensivo della provincia di Modena, racconta: “Il 60 per cento delle nostre aule ha un video proiettore, abbiamo sale multimediali, laboratori e qualche lavagna digitale. Internet non copre tutta la scuola, ma sa qual è il vero problema? Le classi studiate per massimo 25 alunni che ne contengono anche più di 30. La mancanza di spazio, unita ai tagli agli orari degli insegnanti (in particolare di sostegno), compromette le normali attività didattiche”. Il prof Roberto ammette che, quando serve, il pc lo porta lui da casa e lo collega al video proiettore. Anche Salvatore, 35 anni, insegnante di Scienze in una scuola media della periferia di Napoli, fa lo stesso. “Uso il mio computer e la mia chiavetta per navigare su internet – dice –. Abbiamo una sola aula multimediale, bisognerebbe prenotarla settimane prima”.

I tagli non hanno colpito solo gli orari e gli stipendi dei professori. Francesca, 41 anni, lavora in una scuola elementare dell’hinterland milanese. Racconta che, per comprare altre lavagne multimediali e computer, nel liceo scientifico dove studia il figlio è stato chiesto un “contributo familiare”. Anche lei e i suoi colleghi si sono rivolti ai genitori dei ragazzi. Ma non per acquistare strumenti all’avanguardia. “A noi – spiega – i soldi servono per gessetti, carta igienica e fogli per le fotocopie”.

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