Innse due anni dopo: dalla gru al ritorno in fabbrica

12 agosto 2009: la gioia dei quattro operai (il secondo da sinistra è Massimo Merlo) e del delegato Fiom Roberto Giudici (l'ultimo sulla destra) appena scesi dalla gru della Innse
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Il 12 agosto 2009 si concludeva dopo otto giorni la drammatica protesta degli operai di Milano. Adesso in azienda lavorano 40 persone circa, in attesa dell'agognato piano di rilancio: "Gli impegni sono stati rispettati, però aspettiamo nuove assunzioni"

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di Daniele Troilo

La gru continua a fare solo il suo mestiere. “Da quel 12 agosto di due anni fa non è più salito sopra nessuno, ora viene usata solo per spostare i pezzi”, racconta Massimo Merlo. E' uno dei quattro operai che nel 2009 occuparono il carroponte della Innse per opporsi alla chiusura della fabbrica.
Ci riuscirono. E il successo della loro protesta spinse centinaia di altri operai e lavoratori di tutta Italia a emulare quel gesto, occupando tetti, torri e antenne.

Rubattino, periferia est di Milano. Oggi alla Innse lavorano circa 40 persone, compresi i quattro operai della battaglia sul carroponte. “Com'è la situazione? Perché non lo chiede a Camozzi, il nuovo proprietario...”, dice Massimo, lasciando immaginare un sorriso beffardo. “Noi siamo tornati a lavorare, siamo tornati alla normalità, se così si può chiamare. Ora siamo ancora in una fase di transizione, in attesa del piano industriale. Ciò che ci aspettiamo sono le nuove assunzioni, altrimenti non sarà servito a niente quello che abbiamo fatto due anni fa. Certo, abbiamo impedito che una fabbrica chiudesse ma, se mantengono gli operai di oggi senza assumerne altri e più giovani, finirà comunque che tra qualche anno la Innse morirà, perché c'è gente che ha una certa età e tra un po' andrà in pensione”.

Con Massimo e gli altri tre colleghi della fabbrica di Rubattino, in quegli otto giorni drammatici, c'era anche Roberto Giudici, sindacalista della Fiom. “Dopo l'accordo raggiunto il 12 agosto 2009, che sanciva il passaggio di proprietà nelle mani del gruppo Camozzi, i 49 operai che erano stati licenziati dal vecchio proprietario (Silvano Genta, ndr) sono stati riassunti. Una quindicina di loro, tra pensione e cassa integrazione, non ci sono più e nel frattempo sono stati assunti 7 nuovi dipendenti”.
Ancora pochi, rispetto alle aspettative. “Noi siamo convinti che la capacità della Innse, messa  nella condizione di lavorare a pieno regime, sia più del doppio, tra i 150 e i 200 operai – spiega Giudici – Tuttavia si è concluso solo a giugno di quest'anno l'iter per il passaggio della proprietà dei terreni al nuovo titolare. Considerando che il primo anno è servito a rimettere in moto i macchinari e a recuperare la precisione e il secondo a sistemare queste pratiche, in sostanza ci sono voluti due anni per perfezionare l'accordo raggiunto nel 2009. Ora, però, Camozzi non può più avere remore sul rilancio effettivo dell'azienda”.

Il Cavalierie Attilio Camozzi, proprietario dell'omonimo gruppo bresciano quotato in Borsa, non ama però le luci della ribalta. Le sue dichiarazioni ufficiali rilasciate in questi due anni si contano sulle dita di una mano. E, forse anche a causa delle ferie, in azienda nessuno vuole parlare degli scenari futuri: “La proprietà non vuole rilasciare nessun commento”, rispondono al telefono.
Per Roberto Giudici i segnali positivi comunque non mancano: “Finora gli impegni sono stati rispettati. Non è stata venduta nessuna macchina, sono state recuperate quelle che non si muovevano da anni, è partita la ristrutturazione del capannone. Siamo fiduciosi”.
“Però – dice Massimo, l'operaio irriducibile che oggi ha 55 anni – avrebbero dovuto muoversi più in fretta. La faccenda della vendita dei terreni ha rallentato tutto il processo. Ora staremo a vedere”.

Sullo sfondo il ricordo della battaglia di due anni fa. E quello di un pezzo di storia che non ci sta a essere cancellato. La Innse faceva parte del gruppo Innocenti, quello che produceva la Lambretta e poi la Mini Cooper. Un tempo qui lavoravano migliaia di dipendenti. Oggi a due passi dalla tangenziale est, lì dove finisce Milano e comincia l'hinterland, gli scheletri dei capannoni della grande fabbrica sembrano parlare ancora. Intorno, a pochi metri di distanza, palazzi nuovi di zecca, giardini con fontane e panchine con la vernice ancora fresca. Il cuore di un progetto di riqualificazione urbana che probabilmente sarebbe dovuto passare anche sulla testa degli operai della Innse.
“Quella storia – conclude Roberto Giudici della Fiom – ha insegnato che i lavoratori possono anche dire di no, possono non piegare la testa. Certo, ci sono migliaia di situazioni in cui gli operai dicono no, ma poi soccombono. La vicenda dell'Innse ha forse insegnato che resistere può funzionare. Può andare o può andare male. Comunque si deve fare”.

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