Dall'Albania all'Italia, 20 anni dopo: vi racconto l'inferno

In alto una foto della Vlora scattata a Durazzo, prima della partenza, da Luca Lazzaris. In basso a sinistra Gerd nel 1991 in Italia e, a destra, oggi nella sua casa di Tirana
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L'8 agosto 1991 oltre 20 mila profughi, partiti due giorni prima da Durazzo, sbarcavano a Bari. Gerd aveva 19 anni e niente da perdere: "L'esperienza più scioccante della mia vita". Oggi è tornato a Tirana, "perché non ho mai smesso di sentirmi straniero"

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di Daniele Troilo

“Noi non eravamo molto diversi dai giovani italiani di allora. In fondo ci sentivamo anche noi occidentali o, almeno, avremmo voluto esserlo. Ma eravamo maledettamente più disgraziati di loro. Oggi, per comprendere i motivi di quel viaggio, bisogna sforzarsi di capire come siamo cresciuti in Albania. E questo può essere un esercizio molto difficile, per chi non ci è nato”.
L'8 agosto 1991 Gerd aveva 19 anni. Due giorni prima, insieme a tre amici, aveva deciso di infilarsi sulla nave Vlora, un mercantile malandato battente bandiera albanese che da Durazzo doveva portarli sulle coste italiane. Il comunismo era caduto pochi mesi prima, l'Albania si scopriva all'improvviso un paese più libero ma povero. Iniziava così il grande esodo verso l'Italia.
“Quello della Vlora fu il terzo - ricorda Gerd - e il più violento. Prima della nostra nave erano sbarcati altri albanesi sulle vostre coste, ma sempre a bordo di diverse imbarcazioni e in proporzioni più piccole”.
Sulla Vlora invece viaggiarono oltre 20mila persone, senza cibo, senz'acqua, stipate non si da dove, non si sa come. E qualcuno a Bari, l'8 agosto, non ci arrivò nemmeno.

Oggi, mentre anche la città di Bari con il sindaco Emiliano ricorda il ventennale di quello sbarco, Gerd vive in Albania. Dopo dieci anni trascorsi a cavallo tra l'Italia e il suo paese, nel 2000 ha deciso di tornare a Tirana, nella città dov'è nato. Ha 39 anni, una moglie e una figlia di un anno, alla quale un giorno racconterà la storia della sua vita.
Questa: “Qualche giorno prima della partenza della nave Vlora, a Tirana come in altre città, si era sparsa la voce. Decisi di tentare la fortuna, non avevo niente da perdere così come molti altri ragazzi della mia età. Noi eravamo cresciuti in un sistema di totale isolamento dal resto del mondo. È stata la tv italiana, visibile nelle nostre case, a farci scoprire il vostro paese e a far nascere questo sogno. La voglia di andarsene era tanta, volevamo provare la mela proibita che ci era stata vietata per tanti anni. La mia generazione ha studiato l'inglese a scuola e l'italiano a casa. Eravamo pronti. Ci sentivamo uguali ai nostri coetanei dell'altra sponda del mare, solo molto, molto più sfortunati”.

Il suo viaggio inizia su un pullman affollato all'inverosimile che da Tirana lo porta a Durazzo. Qui sale sulla Vlora, che per due giorni lo terrà ostaggio del mare insieme ai suoi connazionali. “Quella  nave fu un'esperienza scioccante. Mi ricordo che avevo a disposizione meno di mezzo metro dove dormire, alzarmi, pensare. I bagni erano un orrore. Verso la metà del viaggio la sete diventò insopportabile e la mancanza d'acqua un incubo. Qualcuno suggerì di andare a cercare giù, in sala motori. Siamo partiti in due, io e un altro amico d'infanzia. Siamo riusciti a scendere dopo due ore e mezza, perché non si riusciva a farsi strada fra la gente. La sala motori era enorme, alta, con scale di ferro unte d'olio che gocciolava da tutte le parti. E poi era buio. Qualcuno aveva tagliato uno dei tubi di raffreddamento e la gente era scesa di corsa a bere. Praticamente abbiamo lottato per riuscire a fare un sorso a turno. Non dimenticherò mai il forte sapore del gasolio. Ricordo che, nelle interviste successive, il capitano raccontò che finita l'acqua dei motori venne usata quella del mare come liquido di raffreddamento”.

Per Gerd, però, l'arrivo a Bari non rappresenta la fine dell'incubo: “Siamo stati portati all'interno dello Stadio delle Vittorie, affamati e assetati (guarda il video in fondo all'articolo, ndr). Tra di noi c'erano anche molti delinquenti. Ricordo che purtroppo scoppiarono diverse risse tra gli albanesi. Fu uno dei momenti peggiori. La polizia ci lanciava il cibo con l'elicottero”.
Rimpatriato con un C-130 dell'aeronautica militare dopo tre giorni, Gerd riesce a tornare in Italia dopo qualche mese grazie a un amico. Nei dieci anni trascorsi nel nostro paese ha lavorato ad Alba, poi a Modena e infine a Torino, dove ha anche finito i suoi studi, laureandosi in Scienze Politiche. Ora è un funzionario pubblico a Tirana.
“L'Italia a un certo punto mi ha stancato - spiega – Al di là del fatto che ho conosciuto persone bellissime e italiani con i quali ci consideriamo tuttora fratelli, alla fine però mi sono sempre sentito uno straniero. La prima cosa che la gente mi chiedeva era 'da dove vieni?', mica 'cos'hai studiato, cosa sai fare?'”.
“Noi non eravamo molto diversi da voi, avevamo tante cose in comune. Nonostante questo, non siamo mai riusciti a integrarci veramente”, dice Gerd e dalla sua voce gentile, dal suo italiano pulito e ben parlato, lui che ha studiato e conosce bene anche l'inglese oltre alla sua lingua madre, si capisce la delusione di una persona che dalla vita non ha avuto nessun regalo, ma ha pagato il prezzo di ogni singola conquista.

Oggi dall'Albania, da dove non esclude di andare via un'altra volta, osserva con preoccupazione la situazione dei barconi che arrivano ogni giorno a Lampedusa dal Nord Africa. Sa solo una cosa:  la colpa non è mai di chi scappa. “So cosa vuol dire perché l'ho fatto anch'io. Il problema va risolto dall'altra parte del Mediterraneo. L'indifferenza dell'Europa, ieri con l'Albania e oggi con l'Africa, non ha scuse. Fingere che per 50 anni le cose vanno bene con Gheddafi, per esempio, non è una soluzione”.


Guarda il video dei profughi albanesi nello stadio di Bari:

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