Elisabetta e Tomaso, sentenza shock in India: ergastolo

Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni in una foto scattata a Varanasi, dove dal febbraio 2010 sono detenuti per il presunto omicidio dell'amico Francesco Montis
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I due italiani sono stati condannati in primo grado a Varanasi per l'omicidio dell'amico Francesco. "Siamo innocenti", dicono. E la mamma della presunta vittima crede loro. Mentre i genitori di Tomaso si appellano al nostro Stato: "Si faccia sentire"

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di Serenella Mattera

“Non ti preoccupare mamma, questo è solo il primo round, ne seguiranno altri e riusciremo a dimostrare la nostra innocenza”. Tomaso Bruno, 27 anni, è stato appena condannato in primo grado all’ergastolo. In un posto che dista migliaia di chilometri da casa. A Varanasi, la città sacra degli induisti. Era venuto in viaggio più di un anno fa. E ora che in un’aula di tribunale ha saputo che forse non potrà più tornare, cerca di consolare la mamma, che da mesi fa la spola tra la Liguria e l’India.

Lo hanno dichiarato colpevole, insieme all’amica Elisabetta Boncompagni (37 anni), dell’omicidio del fidanzato di lei e suo caro amico, Francesco Montis (31 anni). Che una notte del febbraio 2010 in un albergo di Varanasi si è sentito male ed è morto. Cause naturali, assicurano i due ragazzi. Ne sono convinti anche i genitori di Francesco. Ma la giustizia indiana afferma il contrario: c’è stata una colluttazione e l’omicidio. E così adesso Tomaso ed Elisabetta rischiano il carcere a vita, in una terra straniera. Mentre dall’Italia parenti e amici si mobilitano e chiedono l’intervento della Farnesina.

Una settimana fa, la notizia della condanna è rimbalzata da Varanasi ad Albenga, la città di Tomaso, a Torino, dov’è nata Elisabetta, e a Terralba (Oristano), dove vivono i parenti di Francesco. E su Facebook, dove sono attivi due gruppi a sostegno dei ragazzi, è trapelato lo sgomento di chi quella decisione proprio non se l’aspettava e nei giorni precedenti aveva lasciato in bacheca messaggi del tipo: “Tra poco questo incubo giungerà al termine e noi tutti potremo riabbracciarvi!”, “qui si vive in uno stato di sospensione, già solo il pensiero che a giorni tutto sarà diverso e che forse potreste essere liberi…”.

E invece no. Arriva la condanna all’ergastolo e prosegue “l’incubo”. Iniziato un anno fa, quando i tre ragazzi, che lavorano a Londra, decidono di fare una vacanza nell’Uttar Pradesh, la terra dell’induismo. E nella città sacra di Varanasi prendono una stanza tutti insieme all’hotel Buddha di Chentgani, in periferia. E' la vacanza da sempre sognata fino a quando, la mattina del 4 febbraio 2010, Francesco si sente male. Tomaso ed Elisabetta chiedono un’ambulanza, ma l’attesa si prolunga e prendono un taxi per portarlo di corsa all’ospedale. Lì però Francesco muore.

La polizia avvia un’indagine e fa eseguire l’autopsia sul cadavere. Morte per asfissia, il responso dei medici. Ma sul corpo spuntano alcuni lividi. I segni di una colluttazione, sostengono gli investigatori. Di qui il carcere e diciassette mesi di attesa per la sentenza di primo grado: “Lo avete ucciso per sbarazzarvi di lui”, dice la polizia. E, nonostante una lettera inviata dalla mamma di Francesco in difesa dei ragazzi, per sostenere la loro innocenza, la teoria dell’omicidio convince i giudici: ergastolo. Il movente? “Un triangolo amoroso” sfociato in tragedia.

Dall’Italia il verdetto viene accolto con incredulità. E su Facebook, tra la rabbia e l’incredulità degli amici (“assurdo”, “appelliamoci ad Amnesty International”), spiccano adesso le parole di due mamme, Marina Maurizio, che con il marito Euro da mesi fa la spola con Varanasi per sostenere il figlio Tomaso, e Rita Concas, che si serve del social network per mandare messaggi di sostegno ad Elisabetta, l’ex fidanzata del figlio morto.

“Eli sono senza parole – scrive la madre di Francesco – il dolore più grande è sentire sempre diverse versioni. Noi non ci capiamo più niente, dico solo che mio figlio sa la verità, che non ci potrà mai svelare niente e noi rimarremo sempre con il dubbio. Cosa sarà successo? Ciao Eli, devi essere forte”. E ancora, prima della sentenza, dice ad Elisabetta: “Maledisco tutti i giorni l’India, un destino crudele… Speriamo di sentirci presto o vederci. Tieni duro”. Mentre un’altra volta si sfoga: “Sono molto arrabbiata perché i giornali dicono che Kekko soffriva di crisi respiratorie e che l’ho confermato io: ma quando mai, io non ho mai detto una cosa del genere. Per noi è un incubo e come una telenovela che non finisce mai. Tutti dicono e nessuno sa”. “Al processo nessuno ha parlato di crisi respiratorie, la difesa ha solo dimostrato che Francesco non è morto strangolato, ma per cause naturali”, la rassicura Marina Maurizio.

Lei, la mamma di Tomaso, dà segno di non volersi perder d’animo: “Siamo allibiti, i nostri legali (dello studio Titus di New Delhi, ndr) presenteranno subito ricorso. Ora bisogna continuare a lottare, la verità vincerà su questa ‘ingiustizia indiana’”. Ma lo Stato, è l’appello della signora ligure, “deve tutelarci, perché quello che è successo a Tomaso ed Elisabetta può capitare a chiunque viaggi in questi Paesi”. “Mio figlio non ha commesso alcun reato. E’ arrivato il momento che la Farnesina faccia sentire la propria voce”, le fa eco il marito Euro, che si è detto pronto a piazzarsi fuori il ministero degli Esteri, pur di essere ricevuto.

Ma a quanto pare non ce ne sarà bisogno: un incontro con alti funzionari della Farnesina è atteso a giorni. Mentre l’ambasciata italiana in India si è mossa perché i due ragazzi non vengano spostati dal carcere in cui si trovano attualmente. Elisabetta, ha raccontato il funzionario che li è andati a trovare in carcere dopo la sentenza, è molto provata. Tomaso si dice “forte come una roccia”. Ma “l’incubo” indiano continua.

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