Roma: in manette per usura boss della Banda della Magliana

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Giuseppe De Tomasi, detto Sergione, nell'83 avrebbe chiamato la famiglia di Emanuela Orlandi, presentandosi come Mario. Indagando sui rapporti tra la scomparsa della ragazza e l'organizzazione criminale, gli inquirenti hanno scoperto il giro di strozzini

Una holding familiare, una sorta di gruppo criminale tra congiunti basato su un imponente giro di usura e la gestione di sale da gioco. Questo aveva creato Giuseppe De Tomasi, detto Sergione, il boss della Banda della Magliana arrestato a Roma con la sua famiglia.
Undici gli arresti per usura effettuati dalla squadra mobile di Roma, che si intrecciano con uno dei misteri più noti della recente storia italiana: il sequestro di Emanuela Orlandi. E' proprio dall'inchiesta del procuratore aggiunto Gian Carlo Capaldo su i legami tra il sequestro della Orlandi con la Banda della Magliana infatti che gli inquirenti hanno fatto luce sul gruppo di usurai.
Giuseppe De Tomasi è, secondo gli inquirenti, il "Mario" che, il 28 giugno '83, sei giorni dopo la scomparsa di Emanuela, telefonò a casa della famiglia della ragazza. Tra gli arrestati anche il figlio di De Tomasi, Carlo Alberto, che secondo una consulenza fonica sarebbe la persona che nel 2005 chiamò alla trasmissione "Chi l'ha visto" affermando che nella basilica di Sant'Apollinare era sepolto Enrico De Pedis, detto Renatino. Nell'operazione, denominata "Luna nel Pozzo", sono finiti in manette anche la moglie di "Sergione", Anna Maria Rossi, la figlia Arianna, la consuocera e il genero. Una struttura "familiare" in cui tutti avevano un ruolo preciso: dai semplici "autisti" a coloro i quali erano destinati a riscuote le somme dalle vittime.

La banda imponeva tassi usurai che raggiungevano anche il 5% mensili. Tra le vittime imprenditori, uomini appartenenti alle forze dell'ordine e personaggi del mondo dello spettacolo, come il conduttore radiofonico Marco Baldini. "Si tratta di soggetti - ha spiegato Vittorio Rizzi, capo della Mobile - costretti a chiedere prestiti anche per debiti di gioco. In base a quanto abbiamo accertato, De Tomasi sapeva calibrare le richieste rispetto alla disponibilità delle vittime: lo faceva per evitare il rischio di denunce". Il figlio di Sergione, Carlo Alberto, gestiva tre sale da gioco a Roma che ora sono state poste sotto sequestro.

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