Scuola, voti sotto il 4: "Demotivano", "No, fanno crescere"

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La provincia di Bolzano raccomanda di evitare i giudizi dall'1 al 3 per non scoraggiare gli studenti. La scrittrice e insegnante Paola Mastrocola a Sky.it: "I ragazzi sono forti, non mammolette: cercando di proteggerli li rendiamo più fragili"

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di Giulia Floris

Chi non ricorda il terrore in vista del compito di matematica, o gli sforzi per mimetizzarsi tra i banchi e scampare a un’interrogazione, o quel votaccio preso in storia o in chissà che altra materia?
Passaggi normali della vita scolastica, che una disposizione della giunta provinciale di Bolzano vorrebbe cercare di rendere in qualche modo più soft.
Via i voti sotto il "quattro" dalla scala di valutazione degli insegnanti è infatti la proposta avanzata dalla provincia altoatesina, che invierà alle scuole superiori dell’Alto Adige una raccomandazione (non vincolante dato che i criteri di giudizio sono di competenza statale) proprio per eliminare i voti dall’uno al tre.

"Se uno studente prende "quattro" significa che non sa niente – motiva il presidente della giunta Luis Durnwalder (balzato agli onori della cronaca in febbraio per la polemica con il presidente Napolitano sull'Unità di Italia) - a questo punto che senso ha dargli un voto ancora più basso? Sicuramente effetti negativi sotto l'aspetto psicologico. Questo metodo vuole offrire al giovane la possibilità di riprendersi, di ritrovare fiducia, di stimolarlo a recuperare" (guarda il video in cui Durnwalder motiva la proposta).

Ma si tratta davvero di un modo per favorire il percorso di apprendimento dei ragazzi? Secondo la scrittrice e insegnante di liceo Paola Mastrocola, autrice, tra l'altro, del libro "Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare", le cose non stanno proprio così.
"Mi sembra – dice a Sky.it – più che altro un segnale di paura, dato dal timore di creare frustrazione e dolore nei giovani: così, pensando di difenderli da piccoli traumi li rendiamo in realtà sempre più fragili". "Dietro quello che sembra un segnale di comprensione – continua – si nasconde in realtà un segnale di sfiducia: i ragazzi sono forti non sono mammolette, come pensiamo noi adulti, e in questo modo non li si favorisce".

Bisognerebbe dunque riscoprire un  po’ di severità?

Più che la severità, bisognerebbe far riscoprire il valore della fatica di studiare: i nostri ragazzi non hanno più voglia di studiare.

Perché?

Innanzitutto perché viviamo in un mondo che non dà nessun valore alla cultura: quando ciò che conta sono solo la visibilità e il successo è difficile che un ragazzo sia spinto a stare otto ore sui libri. A questo si aggiunge l’inganno sulle nuove tecnologie, secondo cui basta un click per trovare tutto e studiare non serve: così si perde irrimediabilmente la possibilità di avere una formazione seria e approfondita. Infine, in 40 anni di discorsi pseudo democratici sulla scuola, secondo i quali tutti dovevano arrivare al successo formativo, abbiamo alla fine creato una scuola dove prevale la facilità e non la fatica.

Dunque nessuna paura di dare un bel "tre"?
Assolutamente no, mi è capitato di dare anche "uno". Non è la morte, non è la fine del mondo, come dico sempre ai miei studenti, è anzi il punto da cui ripartire, il punto di partenza per reagire. Pensi che bello prendere un "sei" dopo un "uno"! Se partiamo dal "quattro", dimezziamo anche la gioia dei ragazzi.

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