Melania, in migliaia al funerale. Sul delitto solo sospetti

Il funerale di Melania Rea a Somma Vesuviana, sua città natale
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A un mese dall'omicidio della giovane donna non c'è un indagato, non c'è un movente. Ci sono solo tante ombre sulla figura del marito e sulla sua relazione extraconiugale. Intanto a Somma Vesuviana hanno detto addio alla 29enne più di 2 mila persone

di Chiara Ribichini

“Una donna è misteriosamente scomparsa questo pomeriggio mentre si trovava sul Colle San Marco, ad Ascoli Piceno. A dare l'allarme è stato il marito. All'uomo, che sarebbe originario di Napoli, la donna ha detto che si allontanava un attimo per un bisogno fisiologico e che lui poteva rimanere nel parco giochi con la bambina ad attenderla. Nell'unico bar del pianoro, però, la donna non è mai arrivata”. Inizia così, con questo flash di agenzia, il giallo di Melania Rea, la 29enne di Somma Vesuviana di cui lunedì 16 maggio si sono celebrati i funerali nella chiesa di Santa Maria del Pozzo. Alle esequie hanno partecipato più di 2 mila persone.

Un giallo che un mese dopo, continua a complicarsi di giorno in giorno. Sono le 16:30 del 18 aprile. Capelli lunghi e neri, occhi scuri, la 29enne mamma di una bimba di 18 mesi sembra esser stata inghiottita nel nulla nel bosco dove era salita con il marito, Salvatore Parolisi, caporal maggiore dell’esercito in servizio presso il 235esimo Reggimento Piceno. Per 48 ore la cercano ovunque. “Melania ti aspettiamo, hai una bambina che ti cerca'' è l'appello lanciato dal padre della donna il giorno dopo la sua scomparsa. Il 20 aprile il ritrovamento del cadavere pone fine alle speranze e cancella le ipotesi di allontanamento volontario o suicidio avanzate in un primo momento. Melania è stata uccisa. Non c’è più nessun dubbio. Il corpo viene scoperto a Ripe di Civitella (Teramo) a una dozzina di chilometri in linea d’aria dal punto in cui la donna si sarebbe allontanata dal marito e dalla bimba. Una siringa infilata nel seno (su cui è stato ritrovato il Dna di due sconosciuti), segni evidenti di percosse ma non di violenza sessuale. Trentacinque coltellate in tutto. Nove inferte post mortem. Una svastica incisa su una gamba. Un laccio emostatico accanto al cadavere e, in terra, l’anello di fidanzamento. Un omicidio d’impeto o una messa in scena per depistare le indagini?

Interrogativi che non hanno ancora trovato una risposta. Trenta giorni dopo il suo assassinio manca ancora il movente, mancano l’arma e l’ora del delitto. C’è solo una certezza: è stato un omicidio. Tutto il resto è un giallo che lo stesso Procuratore di Ascoli non ha esitato a definire “un vero rompicapo”. Un rompicapo che, al momento, non ha nessun indagato. Solo tanti sospetti e nubi sulla figura del marito. E su quella relazione extraconiugale con Ludovica, una sua ex allieva ora divenuta caporale dell'Esercito e in servizio a Lecce, che è stata messa al setaccio alla ricerca di elementi utili alle indagini. Una relazione che Melania aveva scoperto e aveva tentato di interrompere telefonando per due volte all’amante del marito. “Non avrei mai lasciato Melania” ha assicurato l’uomo. “Ho fatto tanti errori, ma non c’entrano niente con quanto è successo a mia moglie” ha detto in un’intervista tv.

Alcune telefonate tra Salvatore Parolisi e la ex allieva sono finite al vaglio degli inquirenti. Come quella del 1 maggio, pochi giorni dopo il ritrovamento del corpo di Melania, in cui invita l’amante alla prudenza: “Chiama da un telefonino pulito. Non parlare in luoghi chiusi”. Parole che potrebbero però anche esser dettate solo dal desiderio di proteggere la propria privacy. Ma le ombre sul marito di Melania sono nate soprattutto da una ricostruzione dei fatti che non ha convinto gli inquirenti. I tempi e gli spostamenti da lui riferiti non avrebbero completamente trovato riscontro con i testimoni (pochi) di quanto avvenuto il 18 aprile. Per questo, Parolisi è stato messo sotto torchio per oltre 22 ore dai magistrati di Ascoli Piceno. Ma è uscito dagli interrogatori come persona informata dei fatti e non come indagato.

I primi elementi utili ai fini dell’inchiesta sono arrivati dal secondo esame autotpico eseguito sul corpo della donna: Melania è stata uccisa nel bosco dove è stato ritrovato il cadavere, probabilmente poche ore dopo la sua scomparsa. E’ morta in seguito a una rapida e violenta aggressione. Si continuano a cercare risposte anche dal cellulare di Melania, che ha squillato a vuoto fino alle ore 19 del 18 aprile e poi ha ripreso a funzionare improvvisamente il 20 aprile. E’ stato spento e poi riacceso dall’assassino? Per gli inquirenti è un’ipotesi possibile ma non credibile. Più probabile che la ripresa del telefonino sia legata alla copertura di rete a intermittenza della zona. Ruolo importante nell’indagine resta quello delle cellule telefoniche agganciate dal cellulare della donna, che potrebbero permettere di capire i suoi spostamenti. Perché, a un mese dalla morte della 29enne, la domanda chiave alla quale si sta cercando di dare una risposta è: Melania è davvero salita a Colle San Marco di Ascoli Piceno il 18 aprile, come ha raccontato il marito, o non c’è mai arrivata?

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