Consulta, altro stop al pacchetto sicurezza del governo

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Ennesima bocciatura della Corte Costituzionale al provvedimento varato dall'esecutivo. E' illegittimo l'obbligo per il giudice di disporre la custodia in carcere quando ci sono gravi indizi di colpevolezza. Maroni: "Un favore ai criminali"

Continua a perdere pezzi il 'pacchetto sicurezza' varato dal governo Berlusconi tra il 2008 e il 2009. Una nuova decisione della Corte Costituzionale si è abbattuta, come un maglio, su altre sue norme.
A farne le spese, stavolta, è l'obbligo per il giudice di disporre la custodia cautelare in carcere - e non anche misure alternative come ad esempio gli arresti domiciliari - quando sussistano gravi indizi di colpevolezza per il reato di omicidio volontario.
"Sono allibito, è veramente incredibile, non si riesce a capire questo favore ai criminali", è il commento a caldo del ministro dell'Interno Roberto Maroni, che nel giro di un paio di anni si è visto bocciare numerosi punti del pacchetto sicurezza come, ad esempio, il divieto di misure alternative al carcere anche per gli imputati o indagati di violenza sessuale; la previsione dell'aggravante di clandestinità per chi delinque; la sanzione penale per coloro che trovandosi in stato di estrema indigenza non possono obbedire all'ordine di allontanamento dall'Italia; gli ampi poteri conferiti ai 'sindaci-sceriffi' per emanare ordinanze anti-lucciole e anti accattonaggio.

Nel pieno di una infiammata campagna elettorale per le amministrative, Maroni bolla come un "grandissimo errore" la decisione della Corte di far "tornare libero a casa, e magari commettere un altro omicidio" chi "non merita benefici" perché "ha commesso un delitto così grave".
Parole queste che gettano benzina sul fuoco di critiche e accuse mosse a più riprese dal premier Berlusconi all'indirizzo della Corte. Ma la sentenza della Consulta - scritta dal giudice costituzionale Giuseppe Frigo, avvocato penalista arrivato alla Consulta su indicazione del centrodestra - riguarda solamente gli indiziati o imputati di omicidio volontario e non anche i condannati in via definitiva.

La Corte ha bocciato l' "ingiustificata parificazione" (violazione art.3 della Costituzione) operata dal 'pacchetto sicurezza' tra l'omicidio volontario (art.575 del codice penale) e i delitti di mafia, gli unici per i quali la Consulta e la Corte europea dei diritti dell'uomo hanno ritenuto giustificabile la "presunzione assoluta" di adeguatezza della sola custodia cautelare in carcere.
E ancora: il divieto per il giudice di comminare misure alternative (come ad esempio gli arresti domiciliari) nel caso di "elementi specifici" e "in relazione al caso concreto', lede anche il principio dell'inviolabilità della libertà personale (art. 13) e quello di non colpevolezza (art.27).

La Corte Costituzionale ha così dato ragione al Tribunale di Lecce e al gip di Milano che, trovandosi a giudicare su due casi di omicidio volontario, avevano messo in dubbio la parziale legittimità dell'art. 275, comma 3, secondo e terzo periodo, del codice di procedura penale, come modificato dalle disposizioni del 'pacchetto sicurezza'.
Norme che - si legge nella sentenza scritta da Frigo - hanno fatto compiere un "salto di qualità a ritroso" al legislatore visto che l'obbligo della sola custodia cautelare in carcere è da tempo ritenuta adeguata unicamente per i delitti di mafia, così da 'troncare' i rapporti tra l'indiziato e il sodalizio criminoso. Al contrario, seppure il reato sia indubbiamente grave, l'omicidio - scrive la Corte - "può ben essere, e sovente è, un fatto meramente individuale, che trova la sua matrice in pulsioni occasionali o passionali".
"Di conseguenza, in un numero tutt'altro che marginale di casi, le esigenze cautelari, pur non potendo essere completamente escluse, sarebbero suscettibili di trovare idonea risposta anche in misure diverse da quella carceraria, che valgano a neutralizzare il 'fattore scatenante' o ad impedirne la riproposizione".

I primi effetti della sentenza già si fanno sentire: i legali di Winston Manuel Reyes, reo confesso dell'omicidio di Alberica Filo della Torre, reclamano la scarcerazione del filippino indagato.
La Lega, con il governatore del Veneto Luca Zaia e con la parlamentare Carolina Lussana, accusano la Consulta di non rispettare la volontà popolare. "Se vi erano ancora dubbi sulla necessità di una riforma della giustizia e della Consulta - chiosa poi il sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano - questa sentenza li fuga completamente".

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