I libici in Italia: "La guerra ci ha liberati dalla paura"

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Il timore di essere spiati e l'ansia che potesse succedere qualcosa ai parenti rimasti a Tripoli o Bengasi hanno condizionato le loro vite di immigrati. Ora, però, vogliono voltare pagina. Sky.it ha raccolto le testimonianze della comunità libica a Milano

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di Pamela Foti

“Sento i miei genitori ogni due o tre giorni, ma le comunicazioni sono brevi. Ho sempre paura che qualcuno possa ascoltare le nostre conversazioni e decidere che ciò che diciamo è sbagliato. Non ci resta che parlare in codice e io mi limito a chiedere loro se stanno bene e se hanno cibo e acqua a sufficienza. Se mia madre risponde con un okeeei, pronunciato lentamente e prolungando la e, vuol dire che è tutto a posto. Altrimenti….".
Mohamed racconta così a Sky.it la realtà della sua terra, la Libia. E’ nato a Tripoli e nel 2003 è arrivato in Italia per motivi di lavoro; ha vissuto a Roma e poi si è trasferito a Milano. La sua famiglia, invece, è rimasta lì, nella capitale, dove oggi si concentrano i raid Nato contro le truppe del Colonnello Gheddafi.

La sua storia è simile a quella di molti altri connazionali che vivono in Italia. Secondo i dati Istat elaborati dal Dossier Statistico Caritas-Migrantes relativi al 2009, i libici regolarmente iscritti all'anagrafe sono circa 1500, su un totale di oltre 4milioni di stranieri. Rappresentano meno dell'1% degli immigrati nel nostro Paese e sono per la maggior parte uomini (849). Ma non si conoscono tra di loro, non si sono mai riuniti in centri culturali, non hanno creato luoghi di aggregazione nelle città che sono diventate ora la loro casa. Non hanno mai formato una comunità e non perché non ne "sentissimo l'esigenza - ci dice Mohamed - ma perché avevamo paura persino di parlare tra noi, di scambiarci ricordi ed esperienze, di immaginare un nuovo futuro per la nostra terra". 
"Questi timori ci hanno accompagnato sempre, hanno caratterizzato gli ultimi 40 anni della nostra vita – spiega - E non sarà facile liberarcene completamente. Non posso dimenticare le immagini delle esecuzioni capitali di coloro che venivano chiamati 'cani randagi'. Irrompevano nella tv di Stato il venerdì, soprattutto nel periodo del ramadan. C'era da temere persino quando prendevi un taxi, perché molti conducenti erano pagati dagli uomini di Gheddafi, e se solo sbagliavi a parlare sta pur certo che non finivi quella corsa. Ricordo anche gli anni dell'embargo economico dopo la strage di Lockerbie. In tanti erano costretti a scappare a Malta nel tentativo di fare rifornimenti di generi alimentari da riportare poi in Libia. Noi gli chiamavamo i ragazzi della Kinder, perché ogni tanto nelle loro enormi valige c'erano anche le famose barrette di cioccolato. Anche se ora vivo lontano – ammette - quando ho visto in tv il primo discorso del leader ho tremato (GUARDA IL VIDEO). Solo riguardando più e più volte quelle immagini, ho notato che c'era qualcosa di diverso dal solito. Il leader parlava più lentamente, sembrava affaticato. Ha persino bevuto qualche bicchiere d'acqua. E non è da lui. Il Colonnello ha sempre tenuto lunghi discorsi, le sue orazioni duravano ore. E' solo allora, davanti alla diretta trasmessa dalle emittenti di tutto il mondo, che ho capito che mi trovavo davanti a un uomo stanco e solo. In quel momento ho capito che le cose potevano cambiare”.

Paura, è questa la parola che ricorre più spesso nei racconti dei cittadini libici che vivono in Italia. Le persone che Sky.it ha incontrato si sono trasferite a Milano o a Roma anni fa, hanno un regolare documento, una casa e un lavoro. Si tratta di imprenditori, medici, giornalisti. Tutti costretti a fare i conti con "quella strategia del terrore messa a punto da Gheddafi e che per 40 anni ha immobilizzato il Paese e le nostre vite" dice Ramadan. "Sono arrivato a Milano nel 2004 per motivi di lavoro - racconta  - Ero impiegato in una società di costruzioni e quando il mio datore ha deciso di tornare in Italia mi ha chiesto di seguirlo. Ma, anche una volta arrivato a Milano, ho sempre avuto il terrore di essere spiato e scomparire nel nulla solo per aver sognato la democrazia. Camminavo per strada col pensiero che potesse succedere qualcosa ai miei genitori rimasti a Bengasi (oggi roccaforte dei ribelli che hanno deciso di opporsi al regime, ndr) e per questo motivo evitavo di avvicinare altri connazionali. Ai miei occhi erano tutti potenziali spie al soldo di Gheddafi. La nostra paura è sempre stata la sua forza”.
Ed è per questo che in Italia non esiste una comunità libica. “Non esiste alcun punto di riferimento per i cittadini di Tripoli o Bengasi che si sono trasferiti a Roma o Milano. Non ci siamo mai sentiti veramente liberi di stare insieme per parlare e discutere del futuro del nostro Paese. Non ci è mai stata data la possibilità”. Farid Adly, giornalista e presidente direttore del'agenzia di stampa Anbamed notizie dal Mediterraneo, ci spiega che solo ora ci sono le condizioni per fondare una federazione dei libici in Italia. “Vogliamo però evitare di chiamarla comunità, perché questo significherebbe doverci aprire a tutti, anche ai sostenitori del regime. E questo non è possibile. Vogliamo ridare slancio alla nostra realtà fatta di professionisti che da anni lavorano in Italia e per farlo abbiamo bisogno di conoscerci".

Secondo i dati della Caritas-Migrantes, nel 2009 sono stati rilasciati 770 permessi di soggiorno; il 34% per lavoro; il 54,7% per ricongiungimento familiare e ben il 3,8% per motivo di studio (la media nazionale in questo caso è dell'1%). "Sappiamo che ci sono cittadini libici sparsi in tutto il territorio italiano, ma ora più che mai abbiamo bisogno di metterci in contatto tra noi - continua Farid Adly - Per questo motivo abbiamo lanciato diverse iniziative su Facebook, uno spazio dove poter dialogare in libertà, scambiarci informazioni sull'attuale situazione nel nostro Paese d'origine e porre le basi per costruire un nuovo domani”.

“Lo dobbiamo ai giovani che affrontano la morte ogni giorno. E' come se la guerra ci abbia liberati dalla paura - ci spiega Khaled Mansun, medico dell'ospedale San Paolo di Milano, immigrato nel 1973 – La cosa che possiamo fare oggi è offrire soccorso, solidarietà e aiuto ai circa 25 feriti che grazie alla regione Lombardia ora sono ospitati in nove strutture ospedaliere del capoluogo. Ma il nostro obiettivo è più grande. Vogliamo costruire una comunità, entrare in contatto con il nuovo governo provvisorio libico, vogliamo mostrare il vero volto della Libia agli italiani, dire che ci siamo e che abbiamo un solo obiettivo. La pace”.

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