Scritte su Auschwitz, l'autore: "Solo una provocazione"

La scritta 'Work will make you free', apparsa il 25 aprile al quartiere romano di Pigneto
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Un artista precario spiega il perché dell'installazione con la frase nazista comparsa il 25 aprile al quartiere Pigneto di Roma: “Un pezzo di lager è nelle nostre città, mentre noi ce ne passeggiamo spensierati. Chiedo scusa alle famiglie delle vittime”

Non voleva essere un'apologia dell'Olocausto, si sarebbe trattato solo di una provocazione per dire che la nostra società è un enorme campo di concentramento.
L'autore della scritta 'Work will make you free', apparsa il 25 aprile al quartiere romano di Pigneto (guarda le foto), spiega così le sue ragioni sulle pagine del Fatto e in un'intervista audio- video sul sito dello stesso quotidiano.
Per lui voleva essere una sorta di monito. Come dire: 'Attenti a questa deriva, rischiamo tutti di perdere le normali condizioni di vita'.
"Sapevo che si trattava di una provocazione", ammette. E si difende: "Sono un artista che ha voluto aprire un dibattito, non posso e non voglio essere confuso con teppisti o fanatici".

Ha 32 anni, è lucano, è un precario: insegna Grafica e fa corsi di formazione ai disoccupati. Per arrivare a mille euro al mese, racconta: "Ci devo sudare", 350 vanno per una stanza in affitto: nessun aiuto dai genitori pensionati. Nessun orientamento politico denunciato, men che meno simpatie naziste.
L'idea gli era venuta un anno fa e poi ha decantato prima della realizzazione. Insegna tonda non come l'originale, "come quelle del Luna Park" fa notare, in inglese e non in tedesco: "Per alleggerire" sottolinea e affinché "tutti la potessero capire, anche i turisti".

Il fatto che sia apparsa il 25 aprile, assicura che è stato solo un caso: avrebbe voluto farlo la scorsa settimana, ma per problemi tecnici è apparsa il giorno della Liberazione. Chiede scusa alle famiglie delle vittime dell'Olocausto se non volendo le ha offese. Assicura il massimo rispetto. Parla di un dovere dell'arte: sollevare problemi e suscitare dibattiti.
"Io volevo - spiega - che guardando questo cancello, installato in una periferia, abitata da giovani precari ed extracomunitari oggi diventati clandestini, tutti riflettessero sul fatto che un pezzo di lager è nelle nostre città, mentre noi ce ne passeggiamo spensierati".
E incalza "a volte le condizioni di lavoro sono così difficili da essere quasi schiavitù". Definisce un "paradosso" il coro di politici dopo la sua rappresentazione e si chiede: "Il sindaco che ha deportato i romeni, e ha diviso il padre dai figli, è lo stesso che rilascia dichiarazioni indignate contro il neonazismo e mette al primo posto le politiche della famiglia. Chi sbaglia io o lui?".

Guarda la videointervista del Fatto (a cura di Luca Telese, David Perluigi e Rosita Rosa):

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