Se il turista in Italia è lost in translation

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Abbiamo telefonato alle aziende trasporti di 7 città d’arte e di Milano (Expo 2015) per avere informazioni. Ma l’abbiamo fatto in inglese. Risultato? Attese, cornette sbattute in faccia, esilaranti conversazioni in “inglish”. ASCOLTA GLI AUDIO

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di Valeria Valeriano con il montaggio di Rachele Casato

Aspetti signora, lei spik inglish?”. C’è chi fa finta di non sentire, chi inventa nuove parole e chi butta giù senza pensarci troppo. L’Italia, la terra dell’arte, del sole, della buona cucina, non è un Paese per turisti stranieri. Soprattutto quando parlano inglese e chiedono informazioni su come spostarsi con i mezzi pubblici in città.

Sky.it ha contattato i call center, alcuni a pagamento, altri gratuiti, delle società che gestiscono autobus e metropolitane delle sette città d’arte oltre alla sede dell’Expo 2015.
Abbiamo chiesto cose banali come per esempio i prezzi dei biglietti o dettagli su servizi locali, ma non l’abbiamo fatto in italiano. Milano, Roma, Venezia, Napoli, Firenze, Bologna, Torino, Catania: do you speak english? Just a little. Come dimostrano le registrazioni delle 86 telefonate che siamo stati costretti a fare per ottenere, in soli 17 casi, risposte non sempre esaustive, ma almeno comprensibili anche a chi non parla italiano (guarda tutti i video).
In alcuni casi, per esempio a Milano, l'azienda di trasporti prevede esplicitamente un servizio informazioni in lingua inglese (basta selezionare con l'apposito tasto quando si telefona). In altri, per esempio a Roma, non c'è la possibilità di scegliere la lingua quando si chiama. Ma le pagine web in inglese e italiano indicano lo stesso numero di telefono e quindi se ne deduce che gli operatori dovrebbero essere in grado di fornire informazioni in entrambe le lingue.

“Quanto costa un biglietto?”, “C’è un servizio di bike o car sharing?”, “Come funziona il tram ristorante?”: difficile, in alcuni casi impossibile, ricevere una risposta. Perché i telefoni squillano a vuoto, perché l’inglese spaventa tanto che la comunicazione viene bruscamente interrotta al primo “Hello”. Il quesito che ha fatto più vittime è questo: “Può darmi l’indirizzo del vostro sito internet, per favore?”. E tra chi lo fornisce in italiano, chi non ricorda come si dica “punto”, chi si dispera per spiegare un trattino, c’è chi stronca la conversazione. Il massimo: gli operatori che rispondono con un indirizzo stradale.

Una risposta molto frequente, che è anche un segno di inciviltà, è la cornetta sbattuta in faccia appena si inizia a parlare in inglese, dopo qualche minuto d’attesa o dopo una domanda scomoda. È successo ben 34 volte. Tredici invece le telefonate in cui, dopo aver aspettato per diversi minuti, non siamo neppure riusciti a parlare con l’operatore. A Roma, per esempio, su 80 minuti complessivi passati in linea (sì, avete letto bene: un’ora e venti minuti), 40 sono stati di inutile attesa. La chiamata non era gratuita. A Torino, invece, abbiamo ricevuto informazioni dopo una telefonata interrotta subito e quattro senza risposta (con lunghe attese, ma era un numero verde) . Il resto delle conversazioni, da Nord a Sud, sono un mix di inglese maccheronico, italiano rallentato, suggerimenti raccolti dai vicini di postazione, neologismi che nessun dizionario di Oxford ospiterà mai.

Come a Napoli, dove un coraggioso operatore armato di traduttore online (si sente il ticchettio delle dita che si muovono frenetiche sulla tastiera) ha coniato nuovi vocaboli. Il biglietto giornaliero, “daily ticket”, è diventato “giornaly ticket”. O forse “journaly”, chissà. A Milano, poi, dove solo una telefonata su dieci non ha avuto intoppi linguistici, il tagliando per un giorno dura “twenty-five hour. Sorry, minute” (letteralmente “venticinque ora. Scusi, minuto”. L’assenza della “s” per il plurale è una costante in quasi tutte le conversazioni).

E pensare che i call center di Napoli e Milano, così come quello di Venezia, offrono la possibilità di scegliere tra italiano e inglese. Almeno in teoria. Sì perché, nella pratica, nel capoluogo lombardo e in quello campano, pur selezionando la lingua straniera, quasi tutti gli operatori rispondono: “Come posso aiutarla?” e sfoggiano poca confidenza con l’inglese. Nessun problema, invece, per chi va in Laguna: sei tentativi su sei hanno ricevuto risposte adeguate in un linguaggio più che accettabile. Venezia è l’unico Comune che risulta promosso a pieni voti dopo il nostro giro di telefonate. Se la cava bene anche Firenze. A Bologna, scalando sette cornette chiuse in faccia dalle 11 telefonate, restano quattro operatori, tra cui uno che sembrava più interessato a prendere informazioni sulla “turista al di là del filo” che a fornire chiarimenti sui trasporti. Apprezzabili i tentativi di farsi capire degli operatori, non l'inglese parlato. A Catania, il numero verde segnalato sul sito non è raggiungibile e a quello a pagamento abbiamo trovato una persona disposta a cimentarsi con la lingua straniera solo al quinto colpo.

Ma la maglia nera della nostra speciale classifica spetta a Roma. Non chiamatela caput mundi: forse è la città più bella del mondo, certo non la più poliglotta. Ci sono volute 15 telefonate, attese estenuanti, due diversi centralini per avere informazioni su come funziona il tram ristorante. E la domanda sul car sharing, dopo 29 tentativi, è ancora senza risposta.

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