Pazzia o simulazione? Quando i medici aiutano la camorra

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C'è chi si fa chiamare "'O pazzo", chi "'O nevrastenico". Soprannomi a parte le perizie psichiatriche rientrano nella strategia difensiva dei boss mafiosi. Un saggio scritto da Corrado De Rosa analizza il fenomeno. Ecco un estratto

di Corrado De Rosa

La "pazzia" intesa in senso lato, secondo lo stereotipo che rimanda ad alcuni luoghi comuni che la associano di volta in volta a pericolosità, imprevedibilità, cattiveria, violenza e altro (tutti elementi che, in realtà, c'entrano poco o nulla con il disagio mentale), è spesso l'origine di molti soprannomi di personaggi che hanno fatto la storia della camorra.

'O pazzo è il soprannome di Cutolo, Michele Zaza, Vincenzo Mazzarella (nipote di Zaza, capo del clan che ha ereditato il potere dei Giuliano a Forcella), Alfonso Perrone (luogotenente dei Casalesi a Modena), Michele Senese (gestore del traffico di droga nella zona Sud-Est di Roma), Salvatore Sarno (oggi pentito e tristemente noto perché quando il padre decide di collaborare con la giustizia riferisce tutto ai vertici del suo clan), Rosario Di Bella (affiliato della famiglia Feldi del rione Berlingieri di Napoli), Gennaro Ciriaco (prima sospettato, poi scagionato dall'accusa di essere uno degli assassini di Silvia Ruotolo) e Ciro Cozzolino (ucciso in Toscana in un agguato nel 1999, mentre sta scontando in semilibertà una condanna per omicidio e per associazione mafiosa).

'O nevrastenico è soprannominato Nunzio, il figlio di Paolo Di Lauro; 'o schizzato viene chiamato Nando Emolo, affiliato allo stesso clan; Gennaro Di Chiara è detto file scupierto (filo scoperto), perché appena qualcuno gli tocca il viso le sue reazioni di rabbia e di ira sono violentissime; e rabbia e ferocia caratterizzano i soprannomi di Antonio Spavone ('o malommo, l'uomo cattivo), Carmine Alfieri ('o ntufato, l'arrabbiato) e Pasquale Barra ('o animale, l’animale).

Soprannomi a parte, il problema della vera o presunta follia dei camorristi è da sempre un aspetto controverso nei processi di camorra, perché dal suo accertamento dipende gran parte del percorso giudiziario e carcerario di chi viene giudicato.

Le cronache raccontano storie di capi e di affiliati di seconda fascia (almeno di quelli che possono permettersi le spese necessarie per le consulenze psichiatriche di parte) che spesso si incrociano con la malattia mentale, vera o presunta. E raccontano anche che, quando realmente presente, la follia a volte accompagna le vicende di vita dei criminali campani e ne condiziona comportamenti, scelte, atteggiamenti e strategie, mentre altre rappresenta una nota biografica importante ma più marginale dei loro percorsi giudiziari (...).

Dietro le sbarre i camorristi imparano l'uno dall'altro, ci sono detenuti esperti di psicologia e di psichiatria che danno lezioni a chi non ne sa nulla: Gaetano Guida, Umberto Ammaturo, Luigi Giuliano, lo stesso Cutolo e molti altri ne sono esempi ormai conclamati. Altri leggono testi di psicologia o psichiatria da cui prendono qua e là quello che può essergli utile: Augusto La Torre e Luigi Cimmino, per esempio; altri ancora inscenano la loro personale visione della follia o qualche volta riesumano sintomi di cui hanno sofferto davvero.

Talvolta sono gli avvocati o i loro consulenti tecnici che forniscono informazioni su come simulare le malattie: alcune inchieste giudiziarie in Campania negli ultimi due decenni hanno accertato, attraverso intercettazioni ambientali e dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, vere e proprie lezioni di psicopatologia da parte di psichiatri consulenti di parte ai propri assistiti, durante le quali i “docenti” spiegano dettagliatamente come simulare un delirio o un’allucinazione, come sembrare più depressi o sull’orlo del suicidio e come deperire.

I tentativi di fingere l'infermità mentale vanno dai più sofisticati ai più stravaganti, a seconda di quello che la persona che li mette in pratica ritiene più convincente. Il denominatore comune di queste messinscene, però, è il tentativo di dimostrare di essere individui irrazionali e senza contatti con la realtà, e pertanto non responsabili dei crimini commessi.

Così accade che durante le perizie i detenuti possono ostentare deliri, allucinazioni e idee di morte, o distrarsi continuamente fingendo di non capire quello che gli viene chiesto. Un affiliato di un clan salernitano di seconda fascia, nei primi due minuti di colloquio peritale, senza che lo psichiatra avesse posto alcuna domanda è riuscito a dire di avere la nebbia nel cervello, che c'erano persone nello studio medico del carcere che volevano ucciderlo, che sentiva in quel momento voci che complottavano contro di lui e voci di persone gli parlavano e che c'erano dei nani nella stanza che portavano un passamontagna scuro perché stavano per picchiarlo. Dopo la sequenza a effetto, utilizzata per impressionare l’interlocutore, si ferma, respira e chiede d'un fiato al perito se avesse portato con sé una pistola per difenderlo dai nani, lamentandosi contemporaneamente di non ricordare niente delle sue vicende di vita più importanti. Durante il colloquio, però, evidenzia alcune discrepanze palesi tra la capacità di capire e quella di comunicare: sa cos'è l’articolo 416 bis del codice penale ma non ricorda che giorno sia, sa chi sono i suoi avvocati, i periti di parte e quelli di ufficio, sa cos'è l’indulto ma non è in grado di riferire anche i più elementari dati della sua biografia, compreso se è sposato o no e se ha figli.

Di solito, le strategie orientate a simulare la follia si costruiscono molto prima dei processi, fin da quando vengono commessi i reati o a volte anche prima: meglio uccidere scaricando l’intero caricatore dell'arma da fuoco oppure colpire ripetutamente la vittima per poter sostenere di aver agito per un impeto di ira non controllata, più utile uccidere mentre la vittima dorme perché questo orienta verso l’incomprensibilità del gesto, mai usare il veleno perché indica premeditazione. Questi sono solo alcuni esempi su come – soprattutto negli anni Settanta e Ottanta – sono state seguite scorciatoie e costruite strategie per raggiungere l'infermità. Ma questi sistemi grossolani, per riuscire, richiedono naturalmente la compiacenza o l’inesperienza dei periti nominati dai giudici.

Ci sono, poi, perizie che raccontano di camorristi che sostengono – e che, per loro stessa ammissione, dichiarano successivamente di aver mentito – di sentire la voce del diavolo o di altri che ordinano di commettere azioni malvagie. Michele Montagna, un sicario di Cutolo, nel 1983 uccide il maresciallo Antonio Salzano in una camera di sicurezza. Dichiarerà: "Ho ucciso perché me lo ha ordinato Dio".

Le simulazioni riguardano deliri di persecuzione, per esempio si racconta ai periti che qualcuno complotta per ucciderli, che ci sono fantasmi in cella che vogliono ammazzare i detenuti per cui si procede a perizia; altre volte vengono simulati confusioni o disorientamenti, oppure – se ai simulatori, in passato, è stata diagnosticata una lesione cerebrale o un qualsiasi disturbo mentale – si cerca di approfittarne per poter affermare di aver agito senza consapevolezza o senza intenzione, puntando sul fatto che i periti potrebbero convincersi che il crimine per il quale vengono giudicati sia frutto di malattia, e conseguentemente pronunciarsi per una infermità o per una seminfermità.

Il tentativo di costruzione dell’infermità mentale, che in alcuni casi sortisce effettivamente esiti positivi, però, non si ferma alla simulazione dei sintomi durante le perizie, ma prevede un lavoro più complesso che serve a presentare una documentazione sanitaria che in molti casi si rivela davvero imponente, e che diventa il "pezzo di carta" incontestabile, soprattutto se prodotto da strutture sanitarie del servizio pubblico.

In pratica, vale questo principio: se un medico del servizio pubblico ha certificato che un affiliato è malato e che – per esempio – soffre di psicosi, questa psicosi gli sarà riconosciuta con più facilità in sede peritale. Per raggiungere questo obiettivo si cerca a tutti i costi il passaggio dal circuito penitenziario a quello sanitario, e lo si sfrutta per ottenere una diagnosi di malattia mentale. Che significa questo? Che chi desidera costruire l’infermità cerca di essere visitato per un certo periodo da un medico del sistema sanitario nazionale. Successivamente, valorizzando di volta in volta il proprio comportamento strano, bizzarro e inadeguato, cerca di ottenere un certificato in cui vengano descritti questi comportamenti e di fare in modo che nei certificati si evinca come questi comportamenti siano connessi in qualche modo ai reati compiuti. Questo sistema, che sfrutta più i pregiudizi che i giudizi clinici sulla malattia mentale, affonda le sue radici nella convinzione popolare, ma errata, che più un reato è grave, più è probabile che sia stato commesso da una persona mentalmente disturbata.

© 2011 Alberto Castelvecchi Editore Srl. Per gentile concessione dell'Editore.

Tratto da Corrado De Rosa, I medici della Camorra, Alberto Castelvecchi Editore, pp. 288, euro 16.

Corrado De Rosa. Nato a Napoli nel 1975, vive stabilmente sulla A3 Salerno-Reggio Calabria dividendosi, per ragioni professionali, tra l’ospedale di Villa d’Agri (Potenza) e il Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Napoli SUN. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, è tra gli autori del volume Strozzateci tutti (Aliberti, 2010).

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