Parola di donna, vedi alla voce "Violenza"

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"Esistono molti altri modi di uccidere simbolicamente (e materialmente) una donna. Modi diversi fra loro, visibili, invisibili, esibiti, mascherati, agiti da singoli, gruppi, Stati" scrive Anna Bravo nel libro a cura di Ritanna Armeni. Leggine un estratto

di Anna Bravo

Nei miti di fondazione e nelle cosmogonie a volte è implicito lo stupro: il ratto della Sabine, il rapimento di Persefone da parte di Plutone. Non compare invece la violenza antifemminile in altre forme: l’immagine che ancora oggi ne è il simbolo, un uomo che alza la mano su una donna, non si presta a rappresentare uno Stato o un mondo. Esprime piuttosto una sottocultura punitiva, che può attirarsi tanto complicità quanto riprovazione: accanirsi contro chi è più debole non è cosa da vero uomo. Ma esistono molti altri modi di uccidere simbolicamente (e materialmente) una donna. Modi diversi fra loro, visibili, invisibili, esibiti, mascherati, agiti da singoli, gruppi, Stati, dalla segregazione alle sterilizzazioni e aborti forzati alle mutilazioni sessuali, dallo scherno all’uso del corpo femminile all’esaltazione di immagini svilenti alla sottrazione dei figli. All’assassinio. E alle aggressioni apertamente politiche, come, negli Stati Uniti degli anni 70, gli agguati contro infermiere e ginecologhe delle cliniche dove si praticavano aborti.

E infatti il concetto di violenza di genere messo a punto in varie dichiarazioni dell’Onu, comprende « qualsiasi atto [...] che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico »: una formula elastica, così da poter includere altri comportamenti. Giustamente. Viviamo in un periodo di contrasti radicali, in cui la sola tendenza trasversale sembra il logoramento di due pilastri della mascolinità, la padronanza del futuro e il potere sulle donne. Gli uomini occidentali, e orientali, asiatici, africani, vivono una crisi, sia pure in forme diverse, e reagiscono con armi vecchie e nuove. C’è il padre pakistano che uccide la figlia che rifiuta un matrimonio combinato, c’è l’italiano, o il francese, o il russo, che organizza per via telematica un complotto contro la donna che lo ha lasciato, e in alternativa le spara; in India esistono ancora famiglie che forzano una vedova ad autoimmolarsi. E c'è il ragazzino che minaccia una coetanea di mettere sue foto osé sul web, e, anche se usa i social network, assomiglia da vicino ai suoi progenitori.

La violenza di genere attraversa le culture, le classi, le generazioni, i continenti; ha sempre come bersaglio la libertà e la voglia di libertà di una donna; non si dissolve con la modernizzazione; convive con le ideologie progressiste e rivoluzionarie: «Ci sono i compagni che menano », scriveva nel 1978 una ragazza al giornale Lotta continua. In Italia, e non solo, i quotidiani ospitano periodicamente discussioni accese, specie se lo spunto è un delitto, e se è avvenuto in un paese o in un ambiente islamico. Ma anche al di là delle intenzioni, i discorsi sono spesso variazioni dei giudizi che circolano nel gruppo di appartenenza: il posto delle donne nella società e nell’immaginario è una così buona carta per lo scontro politico che spinge a fare coro, e a disertare il dovere di pesare le parole una per una. C'è chi usa la violenza per criminalizzare in blocco l’Islam, chi la riconduce a un’universale maschilità predatoria. Chi più o meno inconsapevolmente la relativizza in nome della differenza culturale. Vecchia storia.

Negli anni 70 uno striscione del Mouvement de libe´ration des femmes recitava: «Viol de gauche, viol de droite, meˆme combat », perché gli uomini della cosiddetta nuova sinistra scoraggiavano le militanti dal denunciare gli stupri se commessi da immigrati. Per chi si è impegnato a rispettare l’altro da sé, spesso è difficile ammettere che esistono culture e religioni (o loro fasi e componenti) in cui la violenza è almeno ufficialmente stigmatizzata, e culture e religioni (o loro fasi e componenti) in cui essa trova più facilmente legittimazione. Sono invece già cambiate alcune, molte donne e un certo numero di uomini. Dagli anni 60/70, su pressione femminile/ femminista si sono riconosciuti nuovi reati, si sono messi in piedi Centri antiviolenza e Case per donne maltrattate. Le denunce aumentano. La paura di esporsi sembra diminuita.

Non solo: le donne hanno nuove idee. Nello stato indiano dell’Huttar Pradesh, Sampat Pal, appartenente a una sottocasta di intoccabili, si è ribellata sia alla tradizione che prescrive di obbedire agli uomini e di sopportarne le violenze, sia alla cattiva modernità disseminata di funzionari corrotti, negozianti che truffano, poliziotti e giudici che tollerano le ingiustizie. Non potendo (e non volendo) farcela da sola, Sampat ha fondato la Gulabi Gang, la Gang del sari rosa, un folto gruppo di donne che tentano ogni strada per affermare le loro ragioni, dal dialogo al ricorso ai tribunali. Se non basta, irrompono nei villaggi – «Gulabi Gang! » «Gulabi Gang! » – brandendo il tradizionale bastone dei contadini indiani e svergognando i colpevoli. Spesso sono picchiate e arrestate. In risposta si appellano alle autorità di grado superiore, ai media, ai politici. E picchiano. Quante volte, racconta Sampat Pal, la Gang ha portato in piazza un uomo che aveva percosso e buttato fuori di casa la moglie, e l’ha bastonato fin quando ha chiesto perdono e giurato di non negare mai piu` i diritti di lei.
Leggendo Con il sari rosa, ci si ritrova a sorridere, perché la Gang è un buon modo per uscire dalla condizione di vittima.

Di un’altra bella storia ho saputo quasi per caso, grazie a un’amica giovane con cui si stava parlando di denunce antiviolenza. Un ragazzo della sua cerchia aveva preso a schiaffi la compagna. Rimproveri, promesse e ricadute. Dopo aver discusso se denunciarlo o no (« Gli roviniamo la vita! »), il gruppo, compresi i coinquilini del ragazzo, ha preferito una strada diversa: non parlargli né dargli ascolto, trattarlo da invisibile, così da fargli capire che con quegli schiaffi si era giocato il diritto di cittadinanza nel loro spazio comune, e che doveva riguadagnarselo. E' successo a Torino, poco tempo fa. E' un esempio su cui riflettere. Quella scelta conferma che la legge è sì una risorsa, ma non l’unica, e che agendo con un gruppo solidale si può sfuggire allo stigma della vittima. Mostra anche che qualche volta la fiducia nella propria capacità di indurre il cambiamento è ben riposta.
Ponte alle Grazie 2011 © Adriano Salani Editore S.p.A. – Milano

Tratto da: Parole di donne, a cura di Ritanna Armeni, Ponte alle Grazie, pp.336, euro 16,80

Anna Bravo
, storica e docente universitaria, si occupa di storia delle donne, di deportazione e genocidio, resistenza armata e resistenza civile. Il suo ultimo lavoro è A colpi di cuore.

Ritanna Armeni ha condotto la trasmissione di La7 Otto e Mezzo, insieme a Giuliano Ferrara. Giornalista, ha lavorato al Manifesto, a L’Unità, a Rinascita; attualmente è opinionista sul quotidiano Il Riformista.

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