Donne e lavoro, "in Italia c'è un contesto primitivo"

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Per gli imprenditori lombardi le madri sono più assenteiste degli uomini, dice una recente ricerca. Alessandra Perrazzelli, avvocato e manager, spiega a Sky.it che il vero problema sono però "le politiche aziendali e di sostegno alle famiglie"

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di Cristina Bassi

“Assumiamo le donne nelle aziende, perché sono le migliori nello studio e le prime nelle selezioni. Poi però non diamo loro gli strumenti per essere madri e contemporaneamente fare carriera. Qual è il costo di tutto questo in termini di sviluppo del Paese?”. A domandarselo è  Alessandra Perrazzelli, due figli adolescenti, Samuele e Margherita, un marito professionista e un curriculum di tutto rispetto come avvocato esperto di diritto della concorrenza e diritto bancario. Perrazzelli è iscritta all’Ordine degli avvocati di Genova e a quello dello Stato di New York, lavora tra Milano e Bruxelles per Intesa Sanpaolo, gruppo in cui ricopre gli incarichi di responsabile dell’ufficio International regulatory and Antitrust affairs e di amministratore unico della società Eurodesk.

Secondo un’indagine della Camera di commercio di Monza e Brianza condotta su 400 aziende lombarde, il 60 per cento degli imprenditori pensa che le donne con figli siano più “assenteiste” degli uomini. E per il 10 per cento riducono addirittura la produttività. Le donne sono davvero una palla al piede per le aziende?

Il Financial Times invece ha scritto proprio in questi giorni che le società che investono sulle donne ottengono risultati migliori. Occorre intendersi sul termine “assenteismo”. Se ci si riferisce alle legittime richieste delle donne lavoratrici imbrigliate da contratti vecchi e poco flessibili, allora sì: siamo assenteiste.

Qual è la sua esperienza di “woman at work”?
Le donne hanno forte senso di responsabilità e attaccamento al lavoro, oltre ad essere molto flessibili e “multitasking”. Ma in Italia si ritrovano in un contesto primitivo, sia per le politiche aziendali sia per il sistema pubblico di sostegno alle famiglie. Il mio esempio è significativo. Quando i miei figli erano piccoli e io lavoravo, vivevo in Belgio, dove carriera e famiglia possono convivere grazie ai servizi in appoggio alle famiglie. Non è un caso se secondo i dati della Commissione europea, gli italiani che abitano a Bruxelles fanno più figli di quanti ne farebbero in patria.

Il problema non sono le donne che si assentano troppo quindi?
Al contrario. In genere le madri sanno gestire impiego e famiglia e sanno organizzare il proprio tempo. Ma da noi la donna è apprezzata solo in quanto angelo del focolare, solo se è una buona madre e una buona moglie. Aggiungiamo che nella maggior parte dei casi le politiche aziendali di conciliazione famiglia-lavoro sono decise da uomini che hanno lasciato la moglie a casa...

Il part-time si sta diffondendo, non è un buon segno?
Il fatto che sia l’unica forma di flessibilità che abbiamo in Italia la dice lunga. Alle donne non interessa lavorare di meno, hanno piuttosto bisogno di flessibilità di orario in entrata e in uscita, di accompagnare i figli a scuola, di lavorare dopo cena. Provi a chiedere a una madre lavoratrice quante e-mail invia dopo mezzanotte.

Quali sono le conseguenze delle politiche aziendali inadeguate?
Il risultato è che gli uomini a capo delle società non utilizzano al meglio il 50 per cento delle risorse che hanno a disposizione, cioè le impiegate donne, per crescere. La mancanza di soluzioni nuove nell’organizzazione del tempo lavorativo ci relega dieci anni in ritardo rispetto agli altri Stati occidentali. Non solo per quanto riguarda il livello di occupazione femminile, ma di conseguenza anche nello sviluppo del Paese.

In concreto, cosa devono fare di più e meglio le aziende?

Il gruppo Intesa ha varato, ad esempio, il Progetto Gemma, che accompagna le dipendenti durante la gravidanza o nel reinserimento al ritorno in ufficio. In generale le donne, che nel nostro Paese scompaiono definitivamente dal mondo del lavoro dopo il secondo figlio, hanno bisogno di pari possibilità di fare carriera rispetto agli uomini. Dove necessario, possono essere utili anche le quote, ma l’elemento fondamentale è una politica aziendale basata sul merito.

Anche nel pubblico scontiamo ritardi?
Le politiche italiane di appoggio alle famiglie con doppio stipendio non sono al passo con l’estero. Dovremmo prima di tutto abbandonare senza rimorsi l’equazione “donna uguale madre”, cambiare un sistema in cui la donna si occupa dei figli, degli anziani genitori e magari anche dei suoceri e in cui gli oneri del nucleo sono tutt’altro che spalmati sui componenti. Retaggi antichi, che comportano le segregazione sociale della donna fra le mura domestiche.

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