Italia-Libia, tra i immigrazione e accordi internazionali

Non si fermano gli sbarchi a Lampedusa, è emergenza
1' di lettura

Il ministro La Russa dichiara che "il trattato di amicizia tra i due Paesi è di fatto sospeso". Entrato in vigore nel 2009 ha di fatto ridotto il numero degli sbarchi. Ma, secondo i critici, viola il diritto internazionale. Ecco cosa prevede

di Raffaele Mastrolonardo

"Di fatto il trattato" di amicizia tra Italia e Libia "non c'è più, è inoperante, è sospeso". Parola del ministro della Difesa Ignazio la Russa che, alla luce della nuova ondata di immigrati arrivati sulle coste di Lampedusa anche per sfuggire dalla rivolta soppressa nel sangue dagli uomini di Gheddafi, sancisce la fine dell'accordo siglato il 20 agosto 2008 tra il nostro Paese e la terra del Colonnello.
"Per esempio - ha spiegato il ministro - gli uomini della Guardia di finanza che erano sulle motovedette per fare da controllo a quel che facevano i libici, sono nella nostra ambasciata". "La conseguenza di questo fatto - ha sottolineato La Russa- è che noi pensiamo, consideriamo probabile, che siano moltissimi gli extracomunitari che possano via Libia arrivare in Italia, molto più di quanto avveniva prima del trattato". (ASCOLTA LE PAROLE DEL MINISTRO)

Per ora, infatti, quella che si vive a Lampedusa è una calma apparente, che potrebbe tanto assomigliare alla quiete prima della tempesta. Dall'inizio della crisi del Nord Africa, secondo il ministro dell'interno Roberto Maroni, sono sbarcati sull'isola 6.300 migranti, per lo più tunisini. Ma quello che fa più paura è la possibile impennata dei numeri nelle prossime settimane dopo le sollevazioni in Libia e l'eventuale caduta di Gheddafi: 300 mila persone, secondo le stime del ministro degli esteri Franco Frattini, tra 500 mila e il milione e mezzo secondo Frontex, l'agenzia europea per il controllo delle frontiere. Un rischio che preoccupa il governo italiano, che ha basato la propria politica di contrasto all'immigrazione clandestina via mare su un accordo con Tripoli e che, si teme, in caso di collasso del Paese nordafricano perderebbe la sua efficacia.

Siglata nell'agosto del 2008 e ratificata dai due Paesi tra febbraio e marzo del 2009, l'intesa Italia-Libia sancisce all'articolo 19 la collaborazione tra i due Paesi nella lotta all'immigrazione clandestina. Tra le altre cose, inaugura “un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche” e dà attuazione ai protocolli firmati nel dicembre 2007 dal governo Prodi che prevedono il pattugliamento delle coste libiche con motovedette italiane.
E non è tutto; l'accordo prevede inoltre l'impegno del governo italiano a realizzare infrastrutture in Libia per un valore di 5 miliardi di dollari, tramite esborso di 250 milioni di dollari all'anno per 20 anni.
Sulla base del “Trattato Italia-Libia di amicizia, partenariato e cooperazione”, dunque, a partire dalla metà del 2009 il nostro governo comincia una politica di respingimenti in mare: le imbarcazioni dei migranti sono intercettate dalle motovedette italiane e accompagnate non al porto più vicino ma in Libia, dove vengono affidate alle autorità locali.

Una “una svolta storica” l'aveva definita il ministro degli Interni Roberto Maroni. Ma quali gli effetti pratici? In vista della ratifica dell'accordo, nel dicembre 2008, lo stesso ministro si lasciò andare ad una previsione: “Nel 2009 gli sbarchi dalla Libia verso Lampedusa cesseranno”. Un anno e mezzo dopo, a leggere i numeri forniti dal governo è andata esattamente così. O quasi. Secondo i dati forniti dal Viminale, infatti, i clandestini approdati sulle coste italiane sono calati nel 2009 del 74%, passando dai 36.951 del 2008 ai 9.573 del 2009. In particolare da maggio 2009 - quando sono iniziati i respingimenti in Libia - a dicembre le cifre governative denunciano un calo degli sbarchi del 90 % rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Una percentuale confermata, sempre dal Viminale, anche nella prima metà dell'anno successivo: a luglio 2010 gli sbarchi erano calati dell'88% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

Le cifre insomma danno ragione a Maroni anche se non tutti sono d'accordo sull'efficacia del provvedimento. Nessun dubbio che gli sbarchi siano diminuiti, quel che si mette in discussione, semmai, è la loro incidenza sul fenomeno complessivo. “L'80% di coloro che sono in Italia senza permesso sono arrivati in aereo con visto turistico”, spiega Gabriele Del Grande, blogger e giornalista curatore di Fortress Europe, documentatissimo sito sull'argomento. “Se si guarda ai flussi degli ultimi 10 anni ci si rende conto che gli arrivi per mare sono solo una piccola parte del totale”.

Al di là dei numeri e di quello che effettivamente raccontano, esiste poi un'altra faccia della medaglia che non è mai piaciuta ai critici dell'accordo Roma-Tripoli. Impedire a persone bisognose di aiuto lo sbarco sul nostro suolo rischia di essere un gesto lesivo dei diritti umani e può anche configurarsi come illegale. Per questa ragione dopo la firma del Trattato l'Italia è entrata spesso in rotta di collisione con varie istituzioni internazionali. L'Alto commissario Onu per diritti umani, a proposito delle politiche italiane sugli sbarchi, ha parlato di “violazione del diritto internazionale”. Jacques Barrot, allora commissario europeo, ha chiesto una missione “per verificare la situazione in cui sono tenuti gli immigrati irregolari nelle carceri”. Analoghe prese di posizione sono arrivate dall'Alto commissario Onu per i rifugiati Antonio Guterres e dal mondo cattolico.
Il direttore nazionale della Caritas, per esempio, ha scritto: “è una vittoria amara per tutti, sapere che i clandestini, rispediti al mittente, vengono raccolti nei furgoni come cani, bastonati e legati e trasportati in campi profughi da sorveglianti muniti di maschere per gli odori nauseabondi”. Dura anche la presa di posizione del Vaticano per bocca dell'arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti: “Nessuno può essere trasferito, espulso o estradato verso uno Stato dove esiste il serio pericolo che la persona sarà condannata a morte, torturata o sottoposta ad altre forme di punizione o trattamento degradante o disumano”.

Ad alimentare ulteriormente dubbi e polemiche hanno contribuito infine una serie di lavori giornalistici che hanno svelato le tragiche vicissitudini di coloro che cercano di raggiungere il nostro Paese per essere poi respinti. Il documentario "Come un uomo sulla terra" realizzato da Riccardo Biadene, Andrea Segre e Dagmawi Yimer, le inchieste di Presa Diretta di Riccardo Iacona e di Fabrizio Gatti de L'Espresso hanno infatti messo dei volti sopra le cifre sugli sbarchi e sui respingimenti. E hanno rivelato come spesso coloro che sono ricacciati indietro dalle nostre frontiere vanno incontro ad un destino di maltrattamenti, soprusi e torture.

Leggi tutto