"Dagli al pm": quando il magistrato finisce giudicato

Il giudice Raimondo Mesiano nel filmato andato in onda su Canale 5
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Non c'è solo il caso di Mesiano e dei suoi calzini turchesi, da anni ormai è normale leggere sui giornali cosa mangiano, chi frequentano e cosa votano pm e giudici. Che rispondono agli attacchi mediatici a colpi di comunicati stampa e interviste tv


Di Cristina Bassi

Che faccia ha Vito Monetti, sostituto procuratore generale presso la Corte di cassazione? “Cosa importa?”, si dirà. Il punto però è proprio questo. Il procuratore ha inviato qualche giorno fa una lettera al Corriere della Sera, per protestare garbatamente riguardo a un articolo che lo citava: “Ho sempre cercato di rispettare la regola del ‘non andare in cerca di notorietà mediatica’. Credo che nelle redazioni delle cronache giudiziarie non circolino mie ‘testine’. È quindi con un certo sconcerto che mi sono reso conto che in un articolo del 3 febbraio compariva una foto che – si spiegava più in basso – dovrebbe raffigurare me. Credo si tratti, invece, del parlamentare Nicola Cosentino”. L’esempio di Monetti è l’eccezione che dovrebbe essere regola. Da Mani pulite in giù infatti i magistrati sono diventati protagonisti, a volte eroi, a volte bersagli. Hanno preso confidenza con la telecamera, guadagnando popolarità, poltrone politiche. E nelle redazioni dei giornali si è cominciato a ricostruire chi sono (nei casi estremi: come si vestono, che gusti musicali hanno) piuttosto che quali indagini o sentenza hanno prodotto.

“Né star né bersagli”, scrive Avvenire in un editoriale, condannando il protagonismo di alcuni magistrati. “Il giudice – si legge – non è una star del cinema o della tv, dovrebbe finire sui giornali (con nome e cognome, non di più) soltanto quando emette una sentenza o comunque un provvedimento degno di nota. E, in negativo, se commette reati o incappa in sanzioni disciplinari per aver disonorato la toga”. Il quotidiano sottolinea che la riservatezza non si può imporre per legge, ma ribadisce che i processi si fanno in tribunale e ricorda i tanti richiami al riserbo e alla sobrietà pronunciati nelle aperture dell’anno giudiziario. Quasi sicuramente però il giudice Raimondo Mesiano, che ha condannato la Fininvest a un risarcimento milionario a favore della Cir di Carlo De Benedetti, non era interessato a finire nel celebre filmato trasmesso da Mediaset. Per quel servizio, incentrato sul magistrato che va dal barbiere e sulla sua “stravaganza” di portare calzini turchesi, il direttore di Videonews Claudio Brachino è stato sospeso per due mesi dall’Ordine dei giornalisti.

Come Mesiano avrebbero fatto a meno dell’onore delle cronache altri giudici e pm, criticati per abitudini, gusti personali, frequentazioni, più che per il loro lavoro. La prima pagina di Libero ha invece fatto un ritratto di Oscar Magi, che si occuperà del processo a Silvio Berlusconi sul “caso Ruby”, giudicato non imparziale perché iscritto a Magistratura democratica, la corrente di sinistra dell’Anm, perché nel 2006 sfilò in difesa della Costituzione e perché la suoneria del suo telefonino è la sigla di Ballarò. È di pochi giorni fa invece la prima pagina del Giornale sulle “verità nascoste” di Ilda Boccassini, con la ricostruzione di un caso del 1982 in cui la pm finì davanti al Csm (e venne assolta) per essersi scambiata effusioni con un giornalista a pochi passi da Palazzo di giustizia.

Qualcuno è finito nel mirino per aver appeso al muro la foto “sbagliata”. È successo ad Anna Argento, che da presidente della prima sezione della Corte d’assise di Roma lo scorso anno ha rifiutato le liste del Pdl per le Regionali. Non proprio un arbitro equidistante, secondo il Giornale, visto che nel suo ufficio compariva una foto di Che Guevara. Mentre nel 2005 Salvatore Cuffaro, allora presidente della Regione Sicilia, denunciò che un magistrato della procura di Palermo, che indagava su di lui, Gaetano Paci, aveva partecipato a una “manifestazione politica”, cioè alla presentazione de La mafia è bianca. Nel documentario si parla tra l’altro dei rapporti tra Cuffaro e alcuni mafiosi.

Gli attacchi sono arrivati anche da sinistra rivolte a Luigi De Magistris, quando da pm indagò Romano Prodi. E a volte il veicolo sono stati i giornali di gossip, oltre il terreno della disputa politica. È il caso, ad esempio, di John Woodcock, che ha aperto fascicoli su molti personaggi noti e grazie a questo dalla defilata Potenza ha guadagnato le prime pagine dei giornali. Il rovescio della medaglia è stata la pubblicazione delle sue foto in compagnia della giornalista Federica Sciarelli, corredate da commenti maliziosi. Il giovane giudice del caso Cogne, Fabrizio Gandini, è stato invece fotografato e rifotografato per mesi in pose da divo ed eletto “il gip più bello d’Italia”. Per limitare i personalismi, voluti o subiti, si è parlato spesso di regole più restrittive. Si è pensato di vietare ai pm di parlare con i giornalisti e di rilasciare dichiarazioni su fascicoli e processi, ai tempi di Tangentopoli persino di nascondere il nome dei magistrati. Per ora la legge preclude loro l’iscrizione ai partiti, ma la questione della loro visibilità è nell’agenda della politica.

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