"Egitto libero": la speranza degli egiziani a Milano

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Da tre giorni si ritrovano davanti al Consolato per manifestare contro il regime di Mubarak. Ma secondo loro "la dittatura ha ormai i giorni contati"

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di Greta Sclaunich


Da tre giorni si ritrovano, stesso posto stessa ora, per manifestare contro il regime di Hosni Mubarak e far sentire la loro voce nei freddi pomeriggi milanesi.
La comunità egiziana di Milano è puntuale davanti al Consolato di via Porpora, ore 18, per un corteo che sfilerà fino a piazzale Loreto e ritorno.
Sono più di cinquecento, stimano le forze dell'ordine. La maggior parte sono ragazzi dai venti ai trent'anni che agitano cartelloni e striscioni in arabo e in italiano. Le scritte sono inequivocabili: "Mubarak vai via", "Egitto libero", "Mubarak vattene". Insieme scandiscono, a intervalli lenti e regolari, una singola frase in arabo. Significa "Noi tutti vogliamo che Mubarak se ne vada". In mezzo alla folla anche donne (poche) con bambini piccoli al seguito: in braccio alla mamma o per mano al papà anche loro gridano in coro la stessa frase.

"Siamo scesi in strada per far sentire la nostra voce. Vogliamo che tutti sappiano quello che sta succedendo in Egitto", spiega Mimmo Abdelhai, 26 anni. Lavora nella Fiera di Milano e si definisce uno degli organizzatori dell'evento. Secondo lui "il regime di Mubarak ha i giorni contati".
"Finchè lui non se ne andrà, noi continueremo a manifestare. Dobbiamo fare qualcosa ogni giorno per far sapere quello che succede nel nostro Paese. Guardami: ho trent'anni e da quando sono nato ho sempre lo stesso presidente", gli fa eco Sayid mentre sfila con la giovane moglie. Lui è in Italia da sette anni, lavora come artigiano ma continua a seguire l'attualità in Egitto grazie alla tv e a internet. "Il 1 febbraio sarà l'ultimo giorno per Mubarak, la grande protesta che stanno organizzando al Cairo sarà la mazzata finale" racconta pieno di speranza.
Secondo Omar, 46 anni, un lavoro in un centro sportivo, "molti Paesi hanno paura dei cambiamenti che avverranno in Egitto. Noi invece non ne possiamo più del regime: tutti scappano e vanno a vivere all'estero pur di essere liberi".
"Vogliamo la libertà, non i fondamentalismi", conclude Samy, 50 anni, imprenditore.

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