Via Poma, quando la condanna arriva dopo 20 anni

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Fa discutere la sentenza a 24 anni di carcere per Raniero Busco, ex fidanzato di Simonetta Cesaroni, uccisa il 7 agosto del 1990 a Roma. L'uomo però non andrà in carcere, bisogna attendere il pronunciamento della Corte di Cassazione

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La mano che venti anni fa trafisse con 29 coltellate Simonetta Cesaroni era quella di Raniero Busco, allora suo fidanzato. Questa la verità che restituiscono i giudici della III Corte d'Assise di Roma che, dopo 25 udienze, hanno condannato a 24 anni Busco.
Venti anni dopo quel 7 agosto 1990.
Raniero ora è un altro.
Padre e marito: 46enne, tecnico di manutenzione dell'Alitalia, sposato con Roberta, ha due maschietti, gemelli, di nove anni. Una vita avviata, lontana da quel giorno che ora irrompe con una condanna pesante per omicidio volontario con l'aggravante della crudeltà.
"E' ingiusto", sussurra Busco accasciandosi sulla spalla della moglie Roberta che lo ha tenuto per mano per tutta la lettura della sentenza. Il fratello Paolo lo trascina via, i suoi parenti che in aula urlano "no". E piangono.

A casa Cesaroni però la condanna rappresenta il riscatto tanto atteso. Venti lunghissimi anni, di sospetti, indizi, prove, presunti colpevoli poi scagionati. "Questa sentenza è la conferma della fiducia che non abbiamo mai perso nella giustizia, nelle istituzioni e nell'impegno dei pm in venti anni di lavoro", dice Paola Cesaroni.
Lei che entrò in quell'ufficio quel maledetto 7 agosto, dove Simonetta giaceva in terra nel sangue. Busco dovrà risarcire Paola e la madre Anna Di Gianbattista. Il papà di Simonetta Claudio è morto senza nessuna verità.

Una sentenza arrivata dopo una camera di consiglio breve, concisa. Alle 16 del 26 gennaio il presidente della Corte Evelina Canale legge la verità della giustizia. E scandisce, 24 anni. Busco sbianca, scuote la testa, e viene trascinato via dal fratello. "Mi chiedo perché devo essere la vittima. Trovo tutto questo profondamente ingiusto. Dire che sono deluso è poco non me l'aspettavo una sentenza del genere", ha il coraggio di dire appena. Accanto a lui, mano nella mano, come sempre, la moglie Roberta. Contemporaneamente dal fondo dell'aula, dove quasi un centinaio tra parenti e amici della famiglia Busco hanno cominciato ad urlare ed inveire "contro una giustizia che non c'è".
Una sentenza dura che dispone anche, in caso di conferma in Cassazione, la revoca della patria potestà per Busco.

E' questo, dunque, l'atto finale di un iter investigativo lungo e tormentato. Tantissimi i presunti colpevoli, dal portiere dello stabile di via Poma Pietrino Vanacore, poi morto suicida durante il processo nel marzo scorso, al datore di lavoro della vittima Salvatore Volponi fino a Federico Valle, il nipote dell'architetto Cesare che abitava nel palazzo. Tutti e tre però sono usciti di scena, scagionati, e su via Poma è caduto il silenzio fino al 2004, quando grazie a progressi tecnologici i Ris hanno riesaminato i reperti, conservati per anni, e le indagini sono state riaperte.
Nel 2007 Busco rientrò ufficialmente nell'inchiesta il 6 settembre venne iscritto dalla Procura di Roma nel registro degli indagati. A condannarlo a 24 anni sono stati il dna trovato su un corpetto di Simonetta, probabilmente saliva anche se non viene escluso sudore, e la coincidenza della sua arcata dentaria con i segni di un morso trovato sul seno sinistro della vittima. E anche macchie di sangue compatibile col suo trovate sulla porta dell'ufficio. 
Prove trovate a distanza di anni e che a distanza di anni hanno scritto la condanna di Raniero Busco.

Ora, infatti, c'è chi si chiede se abbia senso condannare una persona a 24 anni di carcere, a distanza di più di 20 anni dal momento in cui ha commesso un delitto.
"E' in genere una cosa dibattuta molto all'interno della cultura giuridica" dichiara Eligio Resta, ordinario di Filosofia del diritto all'Università Roma 3 ed ex componente del Csm. "Chi ha commesso un fatto 20 anni fa - spiega - è sicuramente diverso dalla persona che ora viene giudicata". E quindi?
"Bisogna fare come diceva Musatti: tapparci il naso e far finta che sia la stessa persona. Musatti sapeva che l'identità di chi ha commesso un fatto delittuoso e di chi viene giudicato è molto diversa. Per il diritto dobbiamo far finta che sia la stessa persona".
Cesare Ludovico Musatti, nato a Dolo nel 1897 e morto a Milano nel 1989, psicologo e psicoanalista, è considerato il fondatore della psicoanalisi italiana.

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