Shoah, ricordare significa fare i conti con il passato

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Il 27 gennaio ricorre il Giorno della Memoria. Ma i rischi che si annidano nelle celebrazioni sono tanti: "In Italia - dice a Sky.it lo storico Bidussa - l’introduzione di quella data si è inserita in un calendario di ricorrenze in crisi, quasi logorate"

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(in fondo al pezzo gli interventi nel Giorno della Memoria)

di Filippo Maria Battaglia

Una messe di saggi, romanzi, poesie, diari e testimonianze. E ancora una serrata fila di manifestazioni, documentari, film, spettacoli e talk-show vari. Il 27 gennaio 1945 le truppe dell’Armata rossa abbattevano i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz: una data simbolo, entrata nel calendario europeo, che a più di mezzo secolo di distanza rischia però di essere percepita da molti solo come una celebrazione retorica.
Ricordare, certo, resta un obbligo morale. Ma farlo senza cadere nella cortina fumogena delle solite immagini è un azzardo piuttosto arduo.

Il rischio, secondo lo storico David Bidussa,  è guardare quella realtà solo da un punto di vista emotivo, trasformando il proprio passato in un'immagine rarefatta e intangibile.
Per evitarlo, Bidussa, autore di numerosi saggi sul tema, offre due suggerimenti: “Il primo riguarda i testimoni. Dobbiamo sforzarci di ascoltarli come persone che hanno anche vissuto una propria vita e non solo come un soggetto passivo che ha subìto, o come un tempo fermo”. Il secondo concerne invece l’uso delle fonti: “Imparare a usarle meglio, a compulsarle, è un imperativo”.

Lo storico cita in tal senso un saggio di Frédéric Rousseau, Il bambino di Varsavia, edito da poco da Laterza. Racconta la storia di una celebre fotografia, quella che ritrae un ragazzino nel ghetto durante un blitz nazista. “Il suo studio è in tal senso illuminante: quello scatto – spiega Bidussa – sembrerebbe infatti trasmetterci un messaggio univoco, la debolezza di un ragazzino in balia di una forza a lui superiore. È una lettura immediata ed emotiva, ma non è, non deve essere l’interpretazione dello storico, che invece si deve chiedere altro: perché quella foto è arrivata sino a me, visto che di immagini della Shoah ce ne sono pochissime?”.
Dal saggio di Rousseau si scopre così che lo scatto nasconde un’altra realtà: “faceva parte di un dossier messo a punto dalle SS naziste per dimostrare l’‘efficacia’ della loro azione. La foto arriva dunque con uno scopo opposto a quello che si poteva immaginare.
Un esempio emblematico – continua Bidussa - per comprendere che ci vuole maggiore consapevolezza per evitare la dimensione celebrativa della storia”.

Le criticità, però, non finiscono qui, almeno nel nostro Paese. C’è sicuramente “il rischio della ritualità dei ricordi”, come ha scritto Andrea Bajani, e c'è anche quello di trasformare un luogo tragico come Dachau in una meta tursitica di massa, corredandolo magari di un self service e di un bookshop.
Ma il vero pericolo per Bidussa si chiama memoria contrapposta. “In Italia – continua l’autore di Dopo l’ultimo testimone - abbiamo un campo di concentramento, la Risiera di San Sabba. Molti italiani non l’hanno visitata, ma sono stati invece ad Auschwitz. E ciò è francamente poco comprensibile. Visitare i nostri luoghi infatti equivale a tentare di evitare di avere un rapporto metafisico col proprio passato. Ecco: piuttosto che scandalizzarmi del self-service al campo di Dachau a me colpisce che la Risiera sia ormai abbandonata a sé stessa".

I rischi di una simile deriva si annidano però anche nelle celebrazioni. "Il Giorno della Memoria è stata una straordinaria occasione di riflessione sui testi delle fonti, ma bisogna anche ricordare come è nata. Coincide con la nascita di un soggetto politico, l’Unione Europea, che non ha date e quindi non ha memoria. Ma allo stesso tempo in Italia l’introduzione di quella data, nel 2000, si è inserita in un calendario di ricorrenze in crisi, quasi logorate".

Il risultato per Bidussa è stato tutt’altro che positivo ed è finito anche qui con il coincidere con un “intento metafisico: la costruzione oleografica della storia del Paese”.
Ma c’è di più, o di peggio: “Se è vero che il 27 gennaio è entrato nel nostro calendario, è altrettanto vero che in questi anni, in quel calendario sono entrate o stanno per entrare tante altre date (la giornate del ricordo, quella delle vittime delle stragi, e ancora quella delle vittime del lavoro e dei disastri ambientali)”.

Le conseguenze sono paradossali: “Ognuno rivendica un danno subito, dunque non c’è un’etica condivisa”. Ricette immediate Bidussa non ne offre: “Bisogna però avere consapevolezza che questo Paese ha avuto un processo storico di costruzione fatto di eventi fondativi e di conflitti interni”.
Più laicità, insomma. E soprattutto, basta con "l’immagine oleografica in cui ognuno porta corone d’alloro sui luoghi privati del dolore”.

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