Rosarno, romeni e bulgari prendono il posto degli africani

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Le condanne, il processo ai caporali e gli escamotage per sfuggire ai reati. Ecco cosa è cambiato in Calabria un anno dopo lo scoppio della rivolta dei migranti che continuano a raccogliere agrumi per 15 euro al giorno

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di Alberto Giuffrè

"Un anno fa i politici erano tutti qui a sfilare, a fare proclami. Oggi non c'è più nessuno". Per l'Osservatorio Migranti è questo il modo migliore per ricordare gli scontri di Rosarno dove il ferimento di due extracomunitari, il 7 gennaio 2010, aveva scatenato la rivolta dei lavoratori nei campi e la reazione della cittadinanza. Giorni di lotte che avevano catapultato la provincia di Reggio Calabria al centro dell'attenzione.
Dodici mesi dopo sparisce l'attenzione, cambiano i passaporti, ma le condizioni di lavoro rimangono uguali: 15 euro per una giornata trascorsa a raccogliere agrumi nei campi. Gli africani, che venerdì 7 hanno manifestato a Roma davanti al ministero delle Politiche agricole, sono sempre di meno. Sostituiti da lavoratori provenienti dall'est Europa, Romania e Bulgaria in particolare. Il motivo? Per molti è solo un escamotage: impiegando un lavoratore in nero extracomunitario il datore di lavoro commette il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Con un comunitario si rischia al massimo una sanzione amministrativa.
"I fenomeni criminali sembrano essere ridimensionati ma l'attenzione della Procura è sempre alta", spiega a Sky.it il procuratore di Palmi Giuseppe Creazzo. Mentre l'Osservatorio conferma la tendenza e assicura: "Per fortuna, per il momento, non ci sono problemi di convivenza".

Operazione migrantes  - La risposta dello Stato è arrivata lo scorso aprile con la cosiddetta "Operazione Migrantes", l'indagine della Procura di Palmi che ha portato all'arresto di trenta persone accusate di associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento della manodopera clandestina straniera e truffe. L'indagine è stata possibile grazie alla testimonianza di una quindicina di stranieri che lavoravano nella piana di Gioia Tauro dalla quale è emerso uno spaccato inquietante sul reclutamento e l'utilizzo della manodopera in agricoltura. 
I braccianti stranieri impiegati a Rosarno nella raccolta degli agrumi percepivano ventidue euro al giorno per lavorare dalle 10 alle 14 ore. I datori di lavoro pagavano 1 euro a cassetta per la raccolta dei mandarini e 50 centesimi per le arance. I caporali, a loro volta, incassavano la somma di 10 euro su ogni lavoratore e tre euro da ogni immigrato per accompagnarli nei luoghi di lavoro. Gli immigrati che si ribellavano a queste condizioni venivano minacciati di morte e spesso anche aggrediti fisicamente.

Le condanne per gli scontri - Nei giorni successivi agli scontri si era parlato di una possibile regia occulta della 'ndrangheta degli scontri. Ipotesi smentita poi dalle indagini, anche se alcune delle persone condannate hanno legami importanti con famiglie mafiose.
Come Antonio Bellocco, 30 anni, rampollo di una delle famiglie di 'ndrangheta più potenti della zona. Per lui è scattata la condanna a 3 anni di reclusione per resistenza aggravata a pubblico ufficiale e lesioni aggravate.
La pena più severa è arrivata, sempre in primo grado, per Giuseppe Ceravolo condannato a 6 anni per tentato omicidio. Nei giorni degli scontri era stato arrestato mentre alla guida di un'auto cercava di investire alcuni immigrati. E' stato assolto invece dall'accusa di tentato omicidio Giuseppe Bono, l'uomo che a bordo di una ruspa stava per travolgere dei militari. Per lui è scattata comunque la condanna in primo grado a 2 anni per lesioni gravi.
E condanne per direttissima per danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale erano arrivate anche per 4 migranti protagonisti degli scontri.

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