“Vado e prendo un bangladesh”: ecco i nuovi schiavi di Roma

Immigrati sul marciapiede di via Tiburtina (Roma) in attesa di vendere le loro braccia all'italiano di turno. © Francesco Cito
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Ogni mattina si vendono sui marciapiedi: immigrati regolari e clandestini, elettricisti, pittori o giardinieri. Manovalanza a basso costo per gli italiani. Sfruttata adesso anche dai privati per ritinteggiare una stanza o cambiare una presa. IL REPORTAGE

Reportage di Chiara Ribichini

“Voglio te”.
“Che lavoro?”.
“Devo imbiancare casa. In un giorno ce la fai?”.
“Sì, sì. Sono veloce. Prendo 40 euro”.
“Sali”.

Il furgoncino bianco si allontana in direzione Roma alle 6:50 di una gelida mattina d'inverno. Lo guida un italiano, un signore sui 50 anni con i capelli brizzolati che spuntano appena dal cappello di lana scozzese. Dopo la rapida trattativa fa salire Giovanni, un ragazzo romeno di 24 anni. E' stato scelto tra trenta suoi connazionali che, come lui, vendono le loro braccia a chiunque per un pugno di euro. Il mercato degli schiavi, difficile trovare un’altra definizione, c’è tutte le mattine.

Via Tiburtina, un incrocio e due cartelli: Roma 20 km a destra, Tivoli 11 km a sinistra. Qui, ogni giorno, sbarcano decine di immigrati. Arrivano con l'autobus da Marcellina, Palombara, Villanova, Tivoli già alle 5.30. Posano il loro zainetto a terra o lo appendono a uno dei pali con la segnaletica stradale o pubblicitaria. Portano i panni da lavoro e qualcosa da mangiare. Un panino, una scatoletta di tonno. Così, con le mani e le spalle libere, prendono posizione "all'ufficio di collocamento": quei 15-20 metri di marciapiede dove ognuno ha il suo “posto fisso”. E in piedi, con il volto rivolto alle macchine che passano, aspettano un padrone occasionale: una piccola impresa, più spesso un privato. Un lavoro di qualche giorno o poche ore. Per qualche banconota.

C'è il fabbro, con il giardiniere, il carpentiere, il pittore, il muratore. Ma ognuno di loro può inventarsi anche elettricista, idraulico, uomo delle pulizie, addetto a un trasloco. Hanno imparato a improvvisarsi in mille mestieri. Stefano, ad esempio, ieri ha installato una presa elettrica in una casa: 10 euro per 10 minuti. Era la prima volta che gli capitava un lavoro di questo tipo, ma se l'è cavata. Lui, 48 anni, è un fabbro professionista. E' romeno, come tutti gli altri. A Formello, invece, ci sono i polacchi, ad Anzio i pakistani, a piazza Mancini romeni e albanesi. I mercati delle braccia, infatti, a Roma e dintorni sono tanti. “I primi furono quelli di via Palmiro Togliatti e di Arco di Travertino" spiega la Fillea Cgil Roma che ha pubblicato una mappa con tutti i marciapiedi dove avviene la compravendita con o senza intermediari. “Negli ultimi anni si sono moltiplicati e diffusi a macchia d’olio. Trattandosi di lavoro sommerso e, in molti casi, di clandestini, è difficile però fare una stima precisa di quante persone li frequentino”.

Li chiamano “smorzi”. Sono i punti di ritrovo dove gli immigrati si mettono in vendita offrendosi agli italiani che cercano un operaio per un giorno. Luoghi solitamente vicini ai depositi o alle rivendite di materiale edile (nel dialetto romanesco il termine smorzo indica proprio un magazzino di questo tipo). “E’ una questione di comodità. Il costruttore manda uno dei suoi dipendenti ad acquistare un po’ di tralicci, cemento, malta e magari anche uno di noi. Nel gergo gli dice: vai e prendi un bangladesh ” racconta Daniele (leggi la sua storia). E comodità per l'italiano senza scrupoli vuol dire anche niente fatture, niente assicurazione, nientre contributi e niente intermediari. La compravendita avviene infatti in modo diretto. In queste zone, assicurano, “non ci sono caporali. Quelli li trovi da Latina in giù”.

Per Giovanni, Nicola, Daniele, Stefano e gli altri, tutti con il nome italianizzato per facilitare il rapporto con chi li arruola, la mattina scorre lentamente. Una sigaretta, qualche passo avanti e indietro con le mani in tasca. C'è chi corre sul posto, chi saltella, chi accende un piccolo fuoco. Cercano di difendersi dal freddo. Ogni volta che un’automobile rallenta si apre la speranza e tutti scattano verso il conducente.
Il primo “scelto” di oggi è Giovanni, il più piccolo del gruppo. Gli altri hanno tutti tra i 40 e i 50 anni. A convincere l'italiano è stato forse quel suo viso angelico che trasmette affidabilità. La pelle chiarissima, qualche lentiggine sulle guance. Gli occhi tra il verde e giallo. Non è robusto, ma in fondo per imbiancare le pareti non servono le spalle larghe. Più tardi, alle 7.50, si ferma un camioncino. Il gruppo si stringe accanto al finestrino. “Io, io, io”. A partire sarà Marcello. E' il leader. Il veterano di questo smorzo. Ma è anche il più veloce a saltar su. E lui, a differenza di altri, non rinuncia mai a nessun lavoro, neanche a quello più pesante.

L’operaio per un giorno costa almeno 40 euro. Altrimenti nessuno sale su una macchina. “Alle 6:30 è passato un signore che cercava un saldatore professionista: 10 ore di lavoro per 30 euro. Abbiamo detto tutti di no” racconta un carpentiere 40enne. E sottolinea: “E’ importante mettere subito in chiaro il tipo di lavoro e la paga, altrimenti si rischiano fregature”. Dai loro racconti emergono tanti casi di soldi promessi e mai arrivati. “Un anno fa ho lavorato in un capannone in Umbria. Due giorni al freddo e al gelo sotto la neve. Aspetto ancora il denaro che mi devono. Provo a chiamare tutti i giorni quel numero di telefono. Ma non risponde mai nessuno” ci aveva confessato Giovanni.

Il mercato degli schiavi è iniziato più di dieci anni fa. Molti dei romeni dello smorzo di via Tiburtina sono arrivati alla fine degli anni '90. Di quei tempi ricordano le fughe quando arrivava la polizia per chiedere i documenti. Fughe che oggi non servono più “perché siamo comunitari”. Così, quando alle 8:50 passa una macchina dei carabinieri, nessuno si scompone. Ma di quei tempi ricordano soprattutto il lavoro. “Fino a qualche anno fa, almeno venti su trenta riuscivano ogni giorno a saltare su una macchina. Ora non è più così. E negli ultimi tre mesi sta calando ancora. Capita di lavorare anche solo 4 o 5 volte in un mese” raccontano. A novembre sono riusciti a guadagnare un po’ di più: sono stati assoldati per raccogliere le olive. L'agro tiburtino è infatti ricco di ulivi. E di ciliegi. “L'estate è un periodo migliore. Ci sono tanti giardini da curare”.
Alle 11 del mattino allo smorzo di via Tiburtina non è rimasto più nessuno. Dalle 10 in poi, uno dopo l’altro, hanno “mollato” e sono tornati a casa. “Dopo quell’ora non passa più nessuno a prenderci e la giornata è andata” spiegano. Solo due sono riusciti a conquistarsi un lavoro. Nell’altro smorzo, pochi chilometri dopo in direzione Tivoli, è andata meglio: il bilancio è di cinque “assunti” su trenta.

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