Io schiavo su un marciapiede di Roma

A sinistra Daniele, 41 anni, in Italia dal 1998 © Francesco Cito
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Daniele è romeno, 41 anni. Ogni giorno, dal 1998, vende le sue braccia agli italiani, anche privati, sperando in 40 euro. E' disposto a qualsiasi fatica. Sempre in nero. Ma la concorrenza aumenta anche qui. LA STORIA

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“Da quel marciapiede sono arrivati tanti lavori diversi. Ho pulito le cantine, ho imbiancato case, ho raccolto le olive, ho fatto traslochi”. Daniele (il vero nome è Daniel) è uno dei tanti romeni che, ogni giorno, “si mettono in vendita” in via Tiburtina, a circa 20 chilometri da Roma. Ha 41 anni. Ne dimostra molti di più. Tutte le mattine si sveglia intorno alle 5, prende il primo autobus utile e raggiunge quell’angolo di strada dove gli italiani si fermano per comprare braccia e fatica. Alle 6 inizia così l’attesa, che può essere anche vana. Sono infatti più le volte in cui torna a casa con le mani vuote che quelle in cui riesce a guadagnare qualcosa. Ma non si scoraggia mai e torna ogni giorno su quella strada. Neanche il freddo lo ferma. Ne vale la pena? “Certo. Andare allo smorzo (così nel gergo si chiamano i punti dove gli immigrati si mettono in vendita, solitamente vicini ai depositi di materiale edile, ndr) mi fa sentire vivo. Bisogna evitare di restare a casa perché dentro quattro mura arrivano i pensieri cattivi e il pessimismo. Sul marciapiede, invece, anche se oggi non trovo un lavoro posso conoscere qualcuno. Trovare un contatto utile. E non nascondo che con il tempo si instaura una sorta di dipendenza: non puoi più fare a meno di venire qui”.

Daniele indossa un maglioncino color crema a girocollo, un giubbotto in tinta e un berretto con la scritta New York. E’ diplomato in ragioneria. Sa perfettamente l’italiano. Usa i congiuntivi correttamente e conosce le sfumature di alcuni termini. Ma, ogni tanto, gli scappa qualche frase in romanesco. Come “che famo” o “volevo andà”. Agli “smorzi” Daniele ha trascorso gran parte della sua vita. Li frequenta dal primo giorno in cui è arrivato in Italia. Nel novembre del 1998. “Ho pagato 1000 dollari per un passaggio collettivo. Siamo partiti in tre e abbiamo attraversato l’Ungheria, l’Austria, la Svizzera fino ad entrare in Italia. Abbiamo viaggiato per quattro giorni rinchiusi in un camion. Avevamo solo acqua e cioccolata. E ogni volta che raggiungevamo una dogana restavamo immobili, senza neanche respirare. Perché un colpo di tosse poteva essere fatale”.

Il primo smorzo di Daniele è stato quello vicino alla fermata della metro Arco di Travertino, a Roma. La sua prima volta è stata a casa di un gioielliere. La sua prima paga 20 mila lire. “Dovevo prendere alcuni tavoli da biliardo in un bar e portarli nella sala hobby della sua villetta”. Di quel giorno Daniele ricorda il senso di smarrimento. “Non sapevo dove mi stesse portando, parlavo appena l’italiano. Oggi so che ero in via Casilina”. Ma ricorda anche la facilità con cui aveva ottenuto il lavoro. “Sono stato scelto subito. Forse perché ho un fisico robusto. E mi è sembrato tutto così semplice. Salti in macchina e vai”. Agli smorzi, un tempo, si trovava sempre lavoro, anche perché i "mercarti di manovalanza erano un paio in tutta Roma. “Dieci anni fa non era come oggi. Ogni giorno riuscivi a guadagnare qualcosa. E capitavano anche lavori più lunghi”. Così, nel marzo del 2002, un “bravo signore” ha preso Daniele e un suo amico e li ha portati a Grottaferrata. “E’ lì che ho imparato a fare il muratore. Abbiamo trasformato una cascina in una villa. Prendevamo 60 mila lire al giorno e avevamo vitto e alloggio gratuito. Lavoravamo dal lunedì al venerdì. Il sabato e la domenica davamo una mano nei sette ettari di vigna che aveva. Ma avevamo un giorno libero al mese. Ferie e tredicesima pagate”. Tutto in nero, ovviamente.

Dal 1998 a oggi Daniele ha lavorato in regola al massimo un anno e mezzo in tutto. Ha lavorato sempre a Roma perché al Nord “serve una telefonata, una raccomandazione, altrimenti non trovi un impiego”. Prima che “arrivasse la crisi” riusciva a guadagnare anche 1600-1700 euro al mese. Ed è riuscito a comprarsi una casa e un negozio in Romania. Ma ora non è più così. L'asta degli schiavi si apre tutti i giorni in molti punti della città. “Oggi se non ci fosse mia moglie non riusciremmo a pagare l’affitto né a dare da mangiare a nostro figlio, che ha 5 anni”. Daniel condivide l’appartamento con due connazionali. Paga 150 euro al mese. Sua moglie, invece, vive con la famiglia che l’ha assunta come baby sitter. Guadagna 800 euro al mese ed è in regola. “Per le donne qui è più facile. Voi italiani avete sempre bisogno di badanti e donne delle pulizie”.

Della Romania rimpiange Ceausescu. “Il comunismo mi ha dato tutto. Tutti studiavano, tutti lavoravano, tutti mangiavano. Mio padre, solo con il suo lavoro, ha cresciuto 5 persone. Oggi questo non è possibile”. E la libertà? La democrazia? “Sono valori che non funzionano in tutti i Paesi. Noi stavamo bene. E non siamo stati noi a fare la rivoluzione. E’ stata una messa in scena pilotata dagli occidentali che volevano far cadere l’ultima roccaforte rossa”. Se ci fosse ancora il comunismo “non sarei qui, allo smorzo, a vendermi ogni giorno per un pugno di euro”. E la libertà, vista da qui, fa piuttosto rima con schiavitù.

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