Erika e Omar, voglia di "normalità" 10 anni dopo il massacro

Erika e Omar al momento dell'arresto, nel febbraio 2001
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I due assassini adolescenti di Novi Ligure oggi hanno 26 e 27 anni e vogliono ricominciare da zero. Lei laureata a pieni voti e ancora in carcere (uscirà nel 2012), lui libero da marzo 2010 e aspirante informatico. FOTO

Erika e Omar dieci anni dopo: LE FOTO

di Cristina Bassi


“Voglio andare al mare a farmi una nuotata. Sono dieci anni che non ci vado, me lo sogno anche di notte”. “Dedico la laurea a tutta la mia famiglia”. Sta in queste frasi dalla normalità disarmante, rispettivamente di Omar Favaro, 27 anni, libero da pochi mesi, ed Erika De Nardo, 26, ancora in carcere, il delitto di Novi Ligure dieci anni dopo. A pronunciarle sono gli stessi due ragazzi che il 21 febbraio 2001, ancora minorenni, hanno ucciso con 40 coltellate Susy Cassini, la madre 41enne di Erika, e il fratellino di lei, Gianluca, che aveva 11 anni. I fidanzati assassini hanno tentato prima di avvelenarlo con un topicida, poi di affogarlo nella vasca da bagno, infine lo hanno accoltellato 57 volte.

“Due omicidi che per efferatezza, per il contesto, per la personalità degli autori e per l’apparente assenza di un comprensibile movente si pongono come uno degli episodi più drammaticamente inquietanti della storia giudiziaria (e minorile per giunta) del nostro paese”. È la definizione dei fatti di Novi Ligure, cittadina in provincia di Alessandria, data dalla corte d’Appello di Torino che nel 2002 ha confermato la condanna di primo grado a 16 anni di carcere per Erika e a 14 per Omar. Lo stesso verdetto è arrivato in Cassazione un anno dopo. Fino al compimento del 21esimo anno i due, che all’epoca degli omicidi avevano 16 e 17 anni, sono stati detenuti in carceri minorili diverse, a Torino e a Milano. Poi Erika è stata trasferita nella prigione di Verziano, vicino a Brescia, e Omar in quella di Quarto d’Asti.

Secondo la ricostruzione del Ris di Parma, il delitto era premeditato. Erika e Omar hanno aspettato che la madre e il fratello di lei rientrassero da una partita di basket nella villetta a due piani della famiglia De Nardo. In mano un coltello da cucina per uno e i guanti da indossare prima di colpire. Susy Cassini, che con la figlia aveva un rapporto difficile soprattutto a causa della relazione con Omar, era la vittima designata. Il piccolo Gianluca sarebbe stato ucciso perché aveva assistito all’assassinio della madre. Durante il massacro Erika alza al massimo il volume dello stereo, per coprire le grida. Le armi verranno lavate con cura, ma entrambi i ragazzi si macchiano di sangue sulle scarpe e sui vestiti.

La prima versione di Erika agli inquirenti racconta di una rapina finita male da parte di due albanesi. Viene anche disegnato un identikit, ma quasi subito emergono contraddizioni ed errori. Due giorni dopo gli omicidi i ragazzi vengono lasciati soli nell’anticamera della caserma dei carabinieri e, registrati da telecamere e microspie, mimano il delitto, parlano di quello che hanno fatto, concordano le testimonianze, progettano la fuga. “Ti sei divertito a ucciderli, vero?”, chiede Erika al fidanzato, che risponde: “Tu non sai, non è un gioco questo. Sono morte due persone, è una roba da ergastolo”. Successivamente i complici si accuseranno a vicenda di aver ideato e compiuto il massacro. Secondo le sentenze, l’iniziativa è partita da lei, ma lui ha partecipato attivamente.

In carcere Erika si è appassionata alla filosofia. Dopo aver preso il diploma di geometra, nella primavera del 2009 si è laureata in Lettere e filosofia con 110 e lode. Alla discussione della tesi su “Socrate e la ricerca della verità negli scritti platonici” hanno assistito il padre, Francesco De Nardo, ingegnere 54enne, la nonna materna e una delle zie. Dopo la proclamazione a dottoressa la detenuta è tornata come sempre al lavoro alla cooperativa interna che si occupa di assemblaggi. Nel 2006 era apparsa in pubblico durante una partita di pallavolo insieme alle compagne di prigione in un oratorio bresciano. Le foto di una ragazza cresciuta e sorridente, così diversa da quella delle prime immagini dopo il delitto, finirono su tutti i giornali. Lo stesso anno la difesa della giovane chiede la libertà condizionale, con destinazione in una comunità di recupero, ma la Cassazione dà parere negativo: Erika non si era ravveduta, secondo i giudici. Nel frattempo ha anche maturato il diritto ai permessi premio, ma pare non ne abbia mai approfittato. Grazie all’indulto e alla buona condotta tornerà libera nel 2012.

Omar invece è libero dal marzo del 2010. Dopo aver scontato nove anni, descritto come detenuto modello, ha avuto alcuni mesi di semilibertà durante i quali ha lavorato come giardiniere in una cooperativa che cura le aree verdi comunali. Ogni giorno andava a pranzo dai suoi genitori, che gli sono sempre stati vicino. In prigione ha preso la Patente informatica europea e vorrebbe lavorare con i computer. Alla Stampa ha dichiarato a proposito dell’ex fidanzata: “Fa parte del mio passato, diciamo che oggi mi è indifferente, non mi interessa. Capitolo chiuso”. Il giorno della scarcerazione, il 3 marzo 2010, si è allontanato nascosto nel bagagliaio di un’auto per evitare fotografi e giornalisti. Da allora è sparito nel nulla. I suoi legali hanno fatto sapere che “non ha più contatti con l’ex fidanzata dal processo di primo grado. Vuole solo stare tranquillo, quello che ha fatto non può essere cancellato, ma ha compiuto un lungo percorso interiore e desidera una vita normale”. In una lettera a Panorama ha parlato di un libro in preparazione.

Dietro un caso che è entrato nei manuali di criminologia, ci sono anche due famiglie. “Senza la mia famiglia sarei finito, i miei mi hanno sempre seguito. Guai se non li avessi avuti”, ha detto Omar. E c’è Francesco De Nardo, il padre di Erika. Doveva essere la terza vittima del massacro, dopo la moglie e il figlio, ma la sua primogenita e il fidanzato hanno desistito all’ultimo momento. È tornato a vivere nella villetta di famiglia e ha sempre seguito la figlia. Va a trovarla regolarmente in carcere.

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