Perugia, si riapre il dibattimento per Amanda e Raffaele

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Corte d'assise d'appello chiede un'ulteriore analisi del dna su due reperti cardine dell'inchiesta: il coltello, indicato come arma del delitto e il gancetto di reggiseno indossato dalla vittima quando venne uccisa

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Il rispetto della norma del Codice che impone la condanna degli imputati soltanto "al di là di ogni ragionevole dubbio" ma anche "l'obiettiva difficoltà" a valutare una materia "particolarmente tecnica" come l'analisi del Dna: sono questi gli elementi che hanno indotto la Corte d'assise d'appello di Perugia a riaprire il dibattimento del processo a Raffaele Sollecito e ad Amanda Knox per l'omicidio di Meredith Kercher.

Per far analizzare le tracce genetiche sul coltello indicato come arma del delitto e sul gancetto di reggiseno indossato dalla vittima quando venne uccisa. Due reperti cardine per l'indagine (che in settimana ha registrato la conferma in Cassazione della Condanna a 16 per Rudy Guede, dispositivo oggi acquisito agli atti).

Sul coltello la polizia scientifica ha individuato infatti il codice genetico di Mez e della Knox e quello della stessa studentessa inglese misto al Dna di Sollecito sul gancetto. Elementi certi per l'accusa e per i giudici di primo grado, tanto da portare alla condanna di Sollecito e della Knox a 25 e 26 anni.
Frutto di una errata lettura dei dati e comunque reperti per i quali non è possibile escludere una contaminazione, secondo le difese degli imputati (che hanno accolto con lacrime di gioia la decisione). Al punto da richiedere una perizia super partes. Tesi accolta oggi dai giudici, secondo i quali "il rispetto della regola posta dall'articolo 533 del Codice di procedura penale (pronuncia di condanna soltanto se l'imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio) non consente di condividere totalmente la decisione della Corte d'assise di primo grado".

"La individuazione del Dna su alcuni reperti - hanno sostenuto ancora - e la sua attribuzione agli imputati risulta, invero, particolarmente complessa per la obiettiva difficoltà da parte di soggetti non aventi conoscenze scientifiche di formulare valutazioni e opzioni". Di qui la "necessità di disporre una perizia d'ufficio". Per stabilire a chi appartengono i profili genetici rilevabili su gancetto e coltello, indicando anche il grado di attendibilità degli eventuali risultati.

La Corte ha comunque stabilito che se non sarà possibile un nuovo esame, gli esperti valutino "in base agli atti, il grado di attendibilità degli accertamenti genetici eseguiti dalla polizia scientifica, con riferimento anche a eventuali contaminazioni". La Corte, al termine di una camera di consiglio durata poco più di un'ora, ha anche ammesso le testimonianze di una organizzatrice di eventi, di due titolari di discoteche e di un funzionario della Siae sull'apertura dei locali la notte del delitto, nonché altre due deposizioni sul servizio navetta. Testimonianze legate a quella del clochard Antonio Curatolo che ha sostenuto di avere visto gli imputati nei pressi della casa del delitto quando Meredith venne uccisa.

La Corte si è invece riservata sulle altre perizie e sulle testimonianze di Mario Alessi e Luciano Aviello, respingendo invece le eccezioni di nullità della sentenza di primo grado. Per il pm Manuela Comodi, comunque, le perizie "non potranno che confermare il lavoro della scientifica". Di parere opposto i difensori dei due imputati. Secondo Giulia Bongiorno "finalmente verrà alla luce che la verità non è quella cristallizzata nella sentenza di primo grado". "La Corte - per Luca Maori - ha stabilito quello che noi abbiamo sempre detto: che cioè l'impianto accusatorio di primo grado altro non era che un gigante con i piedi d'argilla".

Di "vittoria nella ricerca della verita"' ha parlato Luciano Ghirga secondo cui il ragionevole dubbio "vuol dire inviolabilità del diritto costituzionale di difesa" ma è anche "quello che lascia spazio all'insufficienza di prove". Felici i genitori dei due imputati. "Finalmente una buona giornata" le parole della madre di Amanda, Edda Mellas. "Una vittoria della giustizia e della verita"" secondo Francesco Sollecito, il padre di Raffaele.

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