Il caso Yara e la lingua come chiave di lettura del mondo

Le ricerche di Yara Gambirasio a Brembate di Sopra
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L'arresto di un marocchino per un errore di traduzione nella vicenda della ragazza scomparsa a Brembate accende il dibattito sull'importanza degli idiomi stranieri. Secondo molti, penalizzati dal nostro sistema scolastico e dalla riforma dell'università

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di Giulia Floris


"Chi conosce la lingua di un popolo si mette al riparo dai suoi tranelli", diceva il profeta Maometto. Una verità venuta alla luce più che mai nel caso della scomparsa di Yara, dove una traduzione sbagliata dall'arabo portava a un falso colpevole, il muratore marocchino di 23 anni fermato con l'accusa di omicidio e poi rilasciato.

Una vicenda da cui lo scrittore Claudio Magris ha tratto spunto per mettere in evidenza, in un editoriale sul Corriere della Sera, l'importanza della conoscenza delle lingue in un mondo dove culture diverse convivono gomito a gomito. "Se il ministro dell'Istruzione - colpito da questo episodio che mostra come la conoscenza linguistica possa dannare o salvare una vita - recedesse dall'assurdo provvedimento che ha abolito i lettori di madre lingua straniera all'università - scrive Magris - la vicenda di Mohamed Fikri sarebbe stata, tra le tante altre cose, pure utile al nostro Paese".
Così lo scrittore lega due temi che hanno fatto tanto discutere come la cronaca della scomparsa di Yara e la riforma dell'università.

In realtà, la riforma Gelmini non cancella i lettori, che dal 1995 si chiamano Cel - Collaboratori esperti linguistici, ma la loro vita si complica ulteriormente. "Da sempre penalizzati dal sistema universitario italiano, con la riforma, perdono anche la possibilità di far valere i loro diritti in tribunale – spiega a Sky.it Joelle Casa segretaria nazionale Flc Cgil e Coordinatrice nazionale dei Lettori e dei Cel - pagati 900 euro al mese, senza nessun riconoscimento all'interno degli organigrammi dell'università, sulla loro condizione si è pronunciata svariate volte la Corte di giustizia europea e moltissimi tribunali hanno riconosciuto a chi vi è ricorso il diritto a una retribuzione pari a quella dei ricercatori".

"Ora- continua Joelle Casa - con la riforma Gelmini si perde anche questa possibilità: la legge dice infatti che si potrà ricorrere al tribunale solo per chiedere il riconoscimento del proprio lavoro prima del 1995, quando si chiamavano ancora lettori. Il tribunale non potrà invece fare nulla per il lavoro svolto dai Cel, cioè dal 1995 in poi. In questo mondo, a queste condizioni chi sceglierà di restare e investire in Italia?".

Una politica linguistica, quella del nostro Paese, che già arranca, e in cui il governo non sembra disposto a investire. Si chiede agli immigrati di sapere l'italiano per avere il permesso di soggiorno, ma si è pronti a rinunciare alla ricchezza e alle sfumature che solo un madrelingua può dare (anche la figura dei lettori di scambio, che arrivano da università straniere per un periodo determinato, era stata in un primo momento cancellata dalla riforma, per poi essere reintegrata dopo le proteste).

E intanto gli errori di traduzione, come quelli del caso Yara, non sono certo un’eccezione. "Niente di nuovo sotto il sole" è il commento di Paolo Branca, docente di Storia e lingua araba all'università Cattolica di Milano, che, interpellato da Sky.it, ricorda diversi precedenti di errori nelle traduzioni dall'arabo, come "le intercettazioni da cui si era dedotto, sbagliando, che alcuni arabi volevano fare un attentato contro San Petronio perchè vi è raffigurato Maometto all'inferno, o ancora un cittadino musulmano residente a Torino, che secondo la traduzione di un programma televisivo in un sermone a Porta Palazzo innegggiava alla guerra santa, mentre parlava di tutt'altro".

Ma se in particolare il lavoro degli interpreti dei tribunali spesso è scadente, non è un caso. "I traduttori  sono pagati sei euro a prestazione e a volte prendono in carico anche ciò che non sono in grado di fare - dice Massimo Khairallah, docente di lingua araba dell’Università di Venezia  - ma questo lavoro non si può improvvisare, in certi casi, come in quello di Yara, serve una conoscenza del dialetto preciso, non basta conoscere la lingua araba, e in questi casi il madrelingua è indispensabile". E anche nell'insegnamento l'importanza del madrelingua non è da meno: "Un madrelingua è insostituibile soprattutto per quelle lingue che hanno una fonetica diversa".

Ma la riforma del sistema scolastico voluta dal ministro Gelmini non sembra interessata a investire in lingue “lontane" e ha scelto l'inglese come unica lingua nel corso del ciclo scolastico, a discapito delle seconde lingue. "Una scelta del tutto infelice - dice Branca - dal momento che tutti gli studi dimostrano che più lingue si conoscono e meglio se ne imparano delle altre, mentre così si va solo verso un livellamento verso il basso. Se si pensa poi agli affari che fa l'Italia con i paesi arabi, all'accoglienza ad esempio che riserviamo a Gheddafi non si spiega come poi non venga valorizzato lo studio di questa lingua".

Tra l'altro anche gli universitari italiani che si dedicano allo studio della lingua araba non sono pochi, ma per loro, che potrebbero essere utili in tanti campi, dagli affari, alla sicurezza, all'integrazione, gli sbocchi nel nostro Paese sono quasi inesistenti, e il professor Branca, ha un solo consiglio: "andare all'estero".

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