La ‘ndrangheta al Nord e quei contatti con la Lega

Nella foto un momento della maxi-operazione di carabinieri e polizia contro la 'ndrangheta, denominata 'Il crimine' . Oltre 300 fermi tra Reggio Calabria e Milano. Luglio 2010
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In “Metastasi”, il nuovo libro di Gianluigi Nuzzi e Claudio Antonelli (Chiarelettere), un pentito racconta di presunti rapporti con “Gamma”, leghista che avrebbe poi assunto incarichi di governo. Roberto Castelli: "Contatti coi boss? Li ho messi al 41bis"

di Cristina Bassi

“Votate Lega e fate buona pubblicità”: così nei primi anni Novanta, all’inizio dell’ascesa del Carroccio, ordinava ai suoi Franco Coco Trovato, boss di primo piano della ‘ndrangheta tra Milano e Lecco che dal ’92 sconta l’ergastolo. Il mafioso calabrese nel 1990 avrebbe incontrato un politico leghista a caccia di voti. È una delle rivelazioni inedite di Metastasi, il libro appena uscito per Chiarelettere scritto da Gianluigi Nuzzi e Claudio Antonelli, giornalisti di Libero. Il saggio (i cui contenuti sono stati anticipati da Sette del Corriere della Sera) ricostruisce trent’anni di infiltrazioni della ‘ndrangheta al Nord grazie ai racconti di Giuseppe Di Bella, per 25 anni collaboratore fidato di Coco Trovato e poi pentito.
Di Bella, 59 anni, da qualche mese è uscito dal programma di protezione e ha deciso di rivelare anche quello che non ha mai detto ai magistrati, facendo nomi e cognomi sia degli affiliati sia dei politici e degli imprenditori che hanno fatto affari con la mafia. Nel libro però alcuni personaggi sono nascosti dietro nomi in codice (il politico leghista di Lecco che ha poi ricoperto importanti incarichi di governo è “Gamma”), lasciando agli inquirenti la possibilità di procedere sulla base delle testimonianze riportate.

E infatti il procuratore Giancarlo Capaldo, coordinatore della Dda di Roma, ha annunciato che “la procura di Roma ha aperto un fascicolo per riscontrare le dichiarazioni del pentito citato nel libro” e che lo stesso Di Bella “pagherà” per i reati commessi. Il pentito infatti nei propri racconti si è anche autoaccusato di fatti che finora la magistratura non conosceva. Ha deciso, spiega lui stesso, di fare completa chiarezza perché lo ha promesso sul letto di morte della moglie Federica. I presunti rapporti della Lega con la ‘ndrangheta in Lombardia sono solo uno degli argomenti del libro, ma hanno subito sollevato polemiche. Dopo che Saviano in Vieni via con me aveva chiamato in causa il Carroccio come interlocutore politico delle cosche, ora un pentito racconta in presa diretta nuove circostanze cui avrebbe assistito di persona.

Il primo a protestare è stato Roberto Castelli, lecchese, leghista della prima ora, ex ministro e oggi sottosegretario: "Si fa riferimento a me? Lo dicano chiaramente. Il "regno" di Coco Trovato", sottolinea il senatore del Carroccio in un’intervista a Il Giornale, "finì nel '92, quando la Lega si impadronì di Lecco e sindaco diventò Pogliani". Trovato "fu sepolto al 41 bis" e "il ministro che ha stabilizzato il 41 bis sono io". Castelli ricorda poi che “in quegli anni soltanto la Lega combatteva la mafia, mentre alcune istituzioni lecchesi nel 1988 a Coco Trovato davano addirittura la medaglia. È troppo comodo lanciare accuse e insinuazioni a cui non si può ribattere, con l’evidente tentativo di fermare l’avanzata della Lega in Lombardia. Invito questo ‘signor pentito’ a fare nomi e cognomi. I riscontri diranno se ha detto la verità o se è uno dei tanti mistificatori che purtroppo abbondano nel mondo dei pentiti.”.

Nuzzi ha risposto su Libero alle accuse di gettare “fango” sulla Lega e a quella di denunciare le infiltrazioni lombarde della ‘ndrangheta dopo che il suo quotidiano aveva attaccato le parole di Saviano. “L’antinomia non esiste – scrive il giornalista – Metastasi è un’indagine compiuta in oltre un anno di lavoro quotidiano”, un’inchiesta che descrive “la capacità della mafia calabrese di infiltrarsi nella società sana del Nord Italia, alterando le regole del libero mercato e del libero consenso politico”. Ma Di Bella, che in alcuni punti trova riscontro nelle testimonianze di Filippo Barreca, un altro pentito, considerato “il Buscetta della ‘ndrangheta”, punta il dito anche contro i giudici: “Il palazzo di giustizia di Lecco è un posto accogliente, così accogliente che se sei della ‘ndrangheta trovi molte porte aperte”. E contro gli imprenditori: “Il direttore della Camera di commercio (sempre di Lecco, ndr) dal 1983 in avanti aveva un compito ben preciso, facilitare gli amici e le aziende legate al clan”.

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