Piazza della Loggia: sentenza sulla credibilità dello Stato

Una delle vittime dell'attentato di piazza della Loggia, il 28 maggio 1974, coperta da una bandiera
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Dopo 36 anni, è attesa la sentenza della terza istruttoria per la strage di Brescia. Per Manlio Milani, sopravvissuto all'attentato fascista che ha ucciso sua moglie e altre 7 persone, "l'impunità dei colpevoli ha minato la fiducia nelle istituzioni"

Quel 28 maggio di 36 anni fa: le foto

di Cristina Bassi

“Trovo ininfluente che gli imputati, in caso di condanna, finiscano o no in carcere. L’importante è che venga stabilita la verità, non solo per noi vittime ma per l’interesse pubblico”. Manlio Milani ha 72 anni, il 28 maggio 1974 in piazza della Loggia ha perso sua moglie Livia, insegnante di 32 anni. Il racconto di quella mattina tragica l’ha ripetuto centinaia di volte, negli anni, quasi 40, il suo dolore intimo è diventato battaglia civile per la giustizia. Come presidente dell’Associazione caduti di Piazza della Loggia Milani ha praticamente seguito tutte le udienze di una vicenda giudiziaria partita lo stesso anno dei fatti e non ancora conclusa.

La strage di piazza della Loggia ha fatto otto morti e più di cento feriti: una bomba esplosa durante una manifestazione contro il terrorismo fascista. L'ennesima strage di quegli anni. A oggi non ci sono colpevoli, ma tra pochi giorni arriverà la sentenza della terza istruttoria. "Per tutti questi anni ci hanno fatto sentire come se la tragedia di piazza della Loggia non fosse mai avvenuta. I corpi dei morti quella mattina di pioggia aspettano ancora di poter riposare e a noi è stata negata la dolcezza del loro ricordo", dice Milani.
I pm hanno chiesto l’ergastolo per Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Francesco Delfino e Maurizio Tramonte e l’assoluzione per Pino Rauti. Zorzi all’epoca dei fatti era uno dei capi del movimento neofascista Ordine nuovo in Veneto, oggi è cittadino giapponese con il nome di Roy Hagen e non è estradabile. Maggi, ex capo di Ordine nuovo nel Triveneto, vive a Mestre e di recente ha scritto un libro, L’ultima vittima di piazza Fontana altra vicenda in cui è stato coinvolto insieme a Zorzi. Delfino è stato generale dei carabinieri, nel ’74 comandava il nucleo operativo di Brescia, è stato condannato per truffa nell’ambito del rapimento di Giuseppe Soffiantini. Tramonte era la “fonte Tritone” dei servizi segreti, ha raccontato e poi ritrattato elementi chiave dell’inchiesta. Pino Rauti ha fondato Ordine Nuovo ed è stato segretario dell’Msi, per i pm avrebbe una “responsabilità morale” nella strage.


Signor Milani, come crede che finirà il processo?
Preferisco non fare previsioni, vista l’esperienza dei processi precedenti. È difficile essere ottimisti, anche se ci sono molti fattori che potrebbero portare ad alcune condanne, se non a tutte. Pesano però quasi quarant’anni di reticenze e strumentali “non ricordo” da parte di testimoni e imputati. Di certo c’è stato un importante lavoro di analisi dei pm, che hanno fatto emergere elementi tragicamente determinanti nella direzione della verità. Mi riferisco a depistaggi, coperture e insabbiamenti, veline passate da persone coinvolte nella strage a organismi statali, prove già scoperte nel primo processo, ma cui non era stato dato credito. La pista di oggi era già venuta alla luce allora e se si fosse seguita subito, molte cose sarebbero andate diversamente. Non solo questa vicenda, ma anche tutta una stagione della nostra storia e altre tragedie come quella del treno Italicus si sarebbero potute evitare. Ma in questo caso avremmo avuto un’altra Italia.

In caso di condanna difficilmente qualcuno degli imputati, per l’età avanzata o per irreperibilità, andrà in carcere. Cosa ne pensa?
A parte Tramonte, già in carcere per una vicenda che non ha nulla a che fare con questa, non credo che gli altri andranno in prigione, sempre che arrivino le condanne. Tuttavia non è questo per me il punto decisivo, l’importante è che vengano stabilite le responsabilità di ognuno. Se poi le regole dello Stato comporteranno misure alternative al carcere, le rispetterò.

Cosa rimpiange di questi anni di udienze interminabili?
Che gli imputati non si siano presentati in aula, ad eccezione di Tramonte, che è venuto qualche volta. Mi sarebbe piaciuto guardarli in faccia, invece c’eravamo solo noi parenti delle vittime e sopravvissuti, abbiamo processato dei fantasmi. Tanto più che Delfino e Rauti hanno ricoperto importanti cariche pubbliche e trovo grave che abbiano rifiutato di esporsi. Quanto a Zorzi, gliel’ho detto in faccia che doveva farsi processare.

In che occasione?
Nel 2001 sono andato in Giappone per incontrarlo, gli dissi di venire in aula, di fidarsi della giustizia. Poteva chiedere un salvacondotto, anche se latitante, per assistere al processo. Lui rispose che era innocente e quando ribattei che lo doveva dire al Paese e non a me, tagliò corto: in Italia avete le toghe rosse.

Che senso ha una sentenza a quasi quarant’anni dalla strage?
È fondamentale che la verità, almeno quella processuale, venga scritta nero su bianco. Finora per la maggior parte dei responsabili delle stragi di quegli anni c’è stata impunità e non per errore ma per una strada perseguita consapevolmente allo scopo di coprire un progetto eversivo. Chi ha coperto e chi è rimasto impunito ha goduto di una logica delle cose che purtroppo sopravvive anche oggi. Casi come quello dei dossieraggi Telecom dimostrano che in queste circostanze entra in gioco un livello superiore di poteri e che la nostra democrazia è ancora sotto ricatto. Soprattutto che le istituzioni non sono indipendenti da chi governa, sono piuttosto al suo servizio.

E un tribunale può scalfire questa logica?
La verità serve a recuperare un po’ di trasparenza. Oltre allo scoramento delle vittime prive di giustizia l’impunità dei responsabili ha minato in questi anni la credibilità delle istituzioni davanti all’opinione pubblica e la fiducia dei cittadini verso lo Stato. In questo senso la sentenza sulla strage di Brescia ha valore per tutti, non è una questione privata dei parenti dei morti e dei feriti.

Se e in che modo pensa che ai giovani interessi chi ha messo la bomba in piazza della Loggia?
Quando vado nelle scuole, noto grande attenzione dei ragazzi verso gli anni ’70 e ’80. Sono disincantati rispetto alle ideologie e vogliono capire i fatti, i motivi per cui un’epoca così vivace per la partecipazione popolare, per i movimenti di massa e per la conquista di diritti sia a un certo punto “impazzita”. Mi chiedono sempre com’è possibile che non ci siano colpevoli per le stragi e sono costretto a spiegare che è anche per colpa dello Stato. Questo processo ha infatti dimostrato che elementi dello Stato hanno contribuito a nascondere la verità.


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