La storia di Pino Masciari nelle sue parole

Pino Masciari in una foto di Luca Prestia
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Pino e la moglie Marisa raccontano la propria vicenda in un libro in uscita il 26 ottobre, "Organizzare il coraggio. La nostra vita contro la 'ndrangheta" (Add editore). Eccone alcuni brani


Dopo la morte del padre nel 1988 Pino, che ha meno di trent’anni, si trova con un’impresa edile da portare avanti e una madre e otto fratelli da sostenere. E si scontra con la realtà.

Era la mentalità, anche della gente, a essere sbagliata. Era normale chiedere un certificato a un amico che te lo procurava velocemente, piuttosto che andare in comune e fare la coda allo sportello. Quella che mancava era la cultura della legalità: se non pagavi le tasse, non succedeva nulla, nessuno veniva ad arrestarti, al limite ci sarebbe poi stato un condono, se invece non pagavi certa gente, beh, allora era diverso, perché loro arrivavano e potevano anche ammazzarti, come spesso è successo e succede. Quanti sono stati gli omicidi di amministratori locali, tecnici comunali, avvocati, gente comune avvenuti in quegli anni in Calabria e fatti passare come delitti passionali? «Questioni di donne», si diceva, per tacere qualcosa di ben peggio, qualcosa di innominabile e spaventoso. Quelli erano morti di ’ndrangheta.

Negli anni Settanta-Ottanta la ’ndrangheta faceva il suo esordio definitivo e visibile nel Serrese, c’erano i primi segnali, bombe, attentati, controllo sulle aziende che lavoravano sul territorio. Quanti erano i casi di minacce agli imprenditori locali, le richieste di soldi, o i sequestri lampo? […] Bombe, intimidazioni, proiettili e anche morti ammazzati. Questo clima era la normalità nella vita dei calabresi, non si trattava dell’arrivo, dal nulla, di un potere forte e delinquenziale giunto da chissà dove per sovvertire uno stato di fatto. Non era così perché, semplicemente, lo Stato non aveva mai messo piede davvero sul territorio. Quando dico «lo Stato» intendo tutti i suoi cittadini, non soltanto le istituzioni, o il potere. Lo dico da calabrese che adora la sua terra, e che proprio per questo non può tacere le colpe dei suoi conterranei.

Se è vero che la Calabria è sempre vissuta sotto il giogo di un potere che la affamava per poterla rendere schiava, è vero anche che non ci sono mai state ribellioni reali, corali. Quando mai, se non forse nell’ultimo periodo, ci sono state per esempio fiaccolate per la legalità, movimenti popolari? Quando la gente è scesa in piazza numerosa e coraggiosa per rivendicare il diritto alla libertà? Quanti sono gli imprenditori che come me si sono ribellati sfidando a viso aperto la ’ndrangheta? Il calabrese vive nella rassegnazione per la mancanza dello Stato, per la mancanza di servizi, di progetti, di prospettive, ma la sua rassegnazione nasce dalla convenienza e dalla collusione con quell’anti-Stato che è la ’ndrangheta.

Arrivano le richieste di denaro: il 3 per cento sugli appalti va ai mafiosi, il 6 per cento a giudici e politici.

Il clima che mi circondava negli anni Ottanta è quello che circonda ogni imprenditore calabrese: un ambiente di persone che chiedono regalie, favori, che fanno sentire la propria presenza in modo pressante e con una morsa che giorno dopo giorno si stringe fino a strozzarti. Si partiva dalla richiesta di assumere un manovale piuttosto che un altro, così, come un atto dovuto per aiutare un parente, un amico in difficoltà, per passare a richieste più pesanti: la scelta di un fornitore, per esempio, che sembrava un semplice consiglio, ma che un consiglio non era. Poi c’erano pretese particolari: mi serve un alloggio ma te lo posso pagare in cinque anni, e te lo posso pagare la metà di quello che chiedi… Oppure non te lo pagavano proprio. […] Ricordo che nel 1989 avevo costruito delle palazzine e due appartamenti li avevo «venduti» ai Vallelunga i quali, però, non avevano nessuna intenzione di pagarmi. A questo si aggiunsero poi una villa, una ristrutturazione e una cappella funebre che non mi pagarono mai. […]  Potevo denunciare? Certo, se ci fosse stato qualcuno disposto ad ascoltarmi, a prendere provvedimenti e ad avviare azioni legali. Di fronte a certi nomi, però, non trovavi più nessuno che volesse accogliere la tua denuncia. «Conviene lasciar stare», dicevano, oppure: «Che vuoi che sia Masciari, un favore non si nega a nessuno…»

C’erano molti modi per convincerti a pagare, inizialmente non tutti violenti, ma più gli appalti erano economicamente importanti più la cosa peggiorava e i ricatti si facevano insostenibili: dalla violenza spicciola, minacce, intimidazioni, al boicottaggio dei cantieri, alla devastazione delle macchine, ma anche al blocco dei pagamenti o addirittura dei prestiti bancari. Il meccanismo a spirale arrivava a tutti i livelli, addirittura ai direttori di banca, ed è questo uno degli aspetti più preoccupanti della malavita organizzata, il fatto che non ci sia fine, mai. […] Le pretese partono dal piccolo delinquente locale perché è legato alla famiglia più in vista, la quale è associata alla famiglia ancora più potente e questa a sua volta ha, per esempio, dei rapporti con la banca cui hai chiesto un prestito che, in un crescendo che può arrivare in alto, è legata a un politico influente. Questo sistema e questo meccanismo sono stati provati anche grazie alle mie denunce che hanno permesso di condannare parecchie persone e che hanno disegnato, chiara e con dovizia di prove, la ragnatela di legami e collusioni a tutti i livelli. […]

La società civile non aveva potuto attecchire in quella terra, perché lo stato di assoggettamento aveva reso impossibile una crescita sana. E questo perché a comandare era una sola legge: quella della paura. Si è vittime di una struttura così ramificata che parte dalla strada e arriva fino ai palazzi del potere e che quindi coinvolge e intacca tutti gli aspetti della tua vita, a ogni livello. Di fronte a questo mostro che si infila dappertutto, il cittadino onesto non aveva modo di dire basta. Se lo avesse fatto ne sarebbe andato della sua vita, ma non solo, ne sarebbe andato della vita dei suoi cari, e questo è ancora più doloroso. Se non paghi al primo avvertimento, con una bomba forse cambi idea, ma a quel punto la cifra che ti chiedono sarà doppia perché si sono esposti al rischio e te lo fanno pagare, se non basta un avvertimento ce n’è un secondo, dopo il quale la cifra però cresce ancora, fino a quando avvertimenti non ce ne sono più e chi non paga, paga in un altro modo, o con la vita, o smettendo di lavorare. Come è successo a me, e alla mia azienda, chiusa, decapitata dalla delinquenza.

A 35 anni Masciari ha perso tutto, con la moglie Marisa decide di non subire più. Comincia a parlare con i magistrati, lascia la Calabria per una “località protetta”, da cui si muove per andare a testimoniate in condizioni che a volte hanno dell’incredibile. Tra le “anomalie calabresi”: quando va in Calabria ai processi, negli hotel viene registrato con il suo nome vero, la macchina che usa ha la targa della località protetta e in aula siede in mezzo alle persone che ha fatto arrestare.

Insieme ai due agenti della località protetta, sempre senza macchina blindata, uscimmo di corsa dal tribunale per lasciarci alle spalle quell’aula maledetta. Ricordo lo sguardo terrorizzato di uno dei due carabinieri che mi confessò di non aver mai avuto così tanta paura in tutta la sua vita. […] Nel corso degli anni, durante i continui spostamenti, mi accadde di tutto: mi toccò spingere la macchina «protetta» che si fermava agli incroci, dovendo quindi scendere per trafficare con la scorta in mezzo alla strada; mi capitò di non poter partire perché vennero a prendermi con una macchina in cui non c’era posto per me perché i sedili posteriori erano sfondati… Molte volte mi sono trovato ad avere scorte inadeguate, composte da carabinieri ausiliari giovanissimi, alcuni forse alla loro prima missione. […]

La loro inesperienza si vedeva in mille dettagli. Un giorno ci stavamo recando in aula per un’udienza, sempre a Catanzaro, stranamente ero su un’auto blindata e davanti avevamo un’auto civetta che apriva la strada. A un certo punto, ormai a pochissimi metri dal tribunale, l’auto davanti ebbe un incidente con un motorino. Le persone che erano in macchina con me, il caposcorta e l’agente al mio fianco uscirono per andare a vedere che cosa fosse successo, ma nel farlo lasciarono aperte le portiere. Un’auto blindata, con le sirene accese, gli sportelli aperti e dentro chissà quale personaggio che viene portato in tribunale ha la capacità di attrarre l’attenzione dei passanti che infatti si fermarono numerosi a vedere sia l’incidente sia chi ci fosse nell’auto. Alcune persone si affacciarono nell’abitacolo, per dare una sbirciata. Chiunque avrebbe potuto farmi fuori senza alcun problema.



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