Pino Masciari: la 'ndrangheta non dimentica chi l'ha sfidata

Pino Masciari in una foto di Luca Prestia
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Parla l'imprenditore calabrese che negli anni Novanta ha denunciato i mafiosi, i politici e i giudici che lo taglieggiavano. Condannando se stesso e la propria famiglia a una vita in fuga: "Rischio la vita, ma sono un uomo libero"


Di Cristina Bassi

"Quando la 'ndrangheta emette una sentenza, manca solo la data. Prima o poi l'esecuzione arriva". Pino Masciari, l'imprenditore di Serra San Bruno, in provincia di Vibo Valentia, che si è ribellato alla mafia più potente del mondo in anni in cui neppure rientrava nel vocabolario, esorcizza così la paura che ancora lo accompagna. E commenta così i casi di Lea Garofalo, uccisa e sciolta nell'acido a Milano per aver parlato con i giudici, e di Domenico Noviello, assassinato a Caserta nel 2008 per aver denunciato i Casalesi. Nel 1997 Masciari è entrato nel Programma speciale di protezione testimoni, cominciando una vita da fantasma insieme alla moglie Marisa e ai loro due figli.

L'ex procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna l'ha definito "il principale testimone di giustizia italiano". Perché nelle sue deposizioni ha messo in luce un sistema  in cui ai mafiosi si affiancavano banche, politici e giudici. "Pensate davvero che la 'ndrangheta dimentichi quelli che l'hanno sfidata? – chiede Masciari –. Finché le mafie esistono le persone che si sono messe contro di loro rischiano la vita". Pino Masciari oggi ha 52 anni e gira l'Italia per parlare di legalità nelle scuole e nei consigli comunali, ha raccontato insieme alla moglie in un libro (Organizzare il coraggio. La nostra vita contro la 'ndrangheta, in libreria per Add editore dal 26 ottobre, giorno in cui verrà presentato a Torino) 13 anni di amarezze e sofferenze. Eppure la prima cosa che colpisce di lui è l'assenza di stanchezza nella sua voce.

Rifarebbe tutto quello che ha fatto?
Io e la mia famiglia abbiamo pagato un prezzo altissimo. Siamo dovuti scappare dalla nostra terra, abbiamo vissuto in località protette, dove nessuno badava alla nostra sicurezza ma dove eravamo costretti a usare i nostri veri documenti, con evidenti rischi. In Calabria facevo l'imprenditore da quando avevo meno di vent'anni, mia moglie è dentista: non abbiamo più potuto lavorare né stare con i nostri parenti. Il dolore che ho causato ai miei cari lo porterò sempre dentro di me. Ma rifarei tutto, continuo a farlo ogni giorno. Perché fa parte dell'educazione che ho ricevuto e per me è normale, sono orgoglioso e lo sono anche quelli che mi vogliono bene. Soprattutto ritengo di essere un uomo libero.

In che regime vive?
Nell'aprile di quest'anno sono uscito dal programma di protezione, ma nel mio caso è stato stabilito che sussiste il pericolo di vita e quindi sono sotto scorta. In anni in cui quasi nessuno in Calabria denunciava, ho mandato a processo le famiglie di 'ndrangheta, dagli Arena, ai Vallelunga ai Mazzaferro, di quattro province: Reggio Calabria, Crotone, Catanzaro e Vibo. Ho testimoniato contro un sistema che oltre ai mafiosi coinvolgeva banche, giudici, politici locali e nazionali e dalle mie parole, sostenute da prove e documenti, sono nati diversi processi e scaturite decine di condanne.

Le sue denunce hanno riguardato anche le istituzioni, da cui si è sentito spesso abbandonato. È ancora così?
Oggi ho un ruolo, sono tra l'altro consulente del ministero dell'Interno, sono grato alle istituzioni e alla società civile per questo. La sensibilità sulla 'ndrangheta è cambiata negli ultimi anni e anche se non ho mai fatto sconti a nessuno, non posso più dire che lo Stato non si occupi della mia sicurezza. Anche se nessuno mi ha regalato nulla, quello che fanno per proteggermi è stabilito dalla legge.

Lei ha dichiarato che se un imprenditore del Sud dice di non pagare il pizzo, non dice la verità.
È così e spesso non solo al Sud. La mafia non fa sconti, gli imprenditori non possono sviluppare i propri affari, perché devono rendere conto alla criminalità organizzata e vivono nella paura. Chi lavora in Calabria ha tre strade: fallire, mettersi a disposizione della 'ndrangheta oppure denunciare. Quello che ho fatto io è considerato un comportamento anormale, ho rotto le regole e ho pagato con lo sradicamento. Ma se un imprenditore vuole ribellarsi, lo può fare, le leggi ci sono. E se le mafie continuano a fare quello che hanno sempre fatto è perché chi lavora e chi governa glielo permettono.

Si sta muovendo qualcosa in Calabria?
Qualcosa è cambiato, ma si sta facendo ancora poco. Il cambiamento dovrebbe partire dalla gente comune oltre che dalla volontà politica territoriale. Né la società civile né i politici né la Chiesa fanno abbastanza per riscattare il popolo del Sud, che ha sete di giustizia ma ha paura. Ecco cosa intendo per "organizzare il coraggio": dovremmo tutti organizzarci a essere migliori, a rispettare le leggi dello Stato e a ripudiare quelle della mafia.

Lei e la sua famiglia avete dovuto lasciare la Calabria, è stato inserito prima nel Programma speciale di protezione e poi, con la legge del 2001, è diventato testimone di giustizia. Come vive una persona che sceglie di stare dalla parte dello Stato?
Il testimone di giustizia è una vittima della mafia che decide di denunciare chi lo taglieggia, lo minaccia, lo aggredisce. Lo fa per senso dello Stato e paga con la rinuncia alla propria vita di sempre. Negli ultimi anni le condizioni di queste persone sono in parte migliorate, anche grazie alla mia battaglia contro disservizi e persino vessazioni cui sono stato sottoposto insieme alle mia famiglia. Nel caso di Lea Garofalo e Domenico Noviello, ma anche di tanti altri, purtroppo le leggi della 'ndrangheta sono arrivate prima di quelle dello Stato. Chi decide di parlare con i giudici deve essere tutelato finché sussistono le condizioni di pericolo.

La sua storia è molto amara. Ma lei continua a rivendicarla.
La storia che ho scritto nel libro è stata persino addolcita, la realtà è ancora più dolorosa. Ma ho voluto trasmettere speranza, affermare che l'illegalità può essere battuta. Oggi provo a essere una persona qualunque, mi piacerebbe tornare a fare il lavoro di una volta, chi viene a conoscenza della mia vicenda mi esprime gratitudine e ho molti amici che vegliano su di me e sulla mia famiglia. Grazie a loro, e alle istituzioni, proviamo a riappropriarci della nostra vita. Gli Amici di Pino Masciari sono ovunque, da New York alla Sicilia. Anche se un po' di meno nella mia Calabria. 

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