Messina, a lezione di sopravvivenza un anno dopo l’alluvione

Scaletta Zanclea dopo l'alluvione © Francesco Cito
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Pareti ancora umide, bambini in file ordinate e sirene che ululano. Siamo stati a Scaletta Zanclea, uno dei comuni sconvolti dal nubifragio, dove oggi a scuola bambini e ragazzi hanno imparato come fuggire in caso di allarme: il racconto

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di Filippo Maria Battaglia

La scuola media di Scaletta Zanclea si trova lungo la salita Guidomandri, poco dopo l’ingresso della statale che conduce a Giampilieri. A qualche centinaio di metri da quelle aule, la sera dell’1 ottobre 2009, un torrente di acqua e terra ha spazzato via decine di case, seppellendo 37 corpi (tra qui e Giampilieri) che il fango ha deciso di restituire solo in parte. Una manciata di chilometri, quelli che separano i due paesi segnati dall’alluvione, che oggi, a distanza di un anno, sembrano molti di più.

Qui, stamattina, si è svolta l’esercitazione per l’evacuazione in caso di una nuova alluvione. La palestra ha ospitato 300 studenti (oggi sono arrivati anche quelli di materne ed elementari), nei giorni dopo la tragedia era stata trasformata in mensa per gli sfollati. E’ uno stanzone grigio, rettangolare e piuttosto lungo, che porta ancora i segni di quel tragico ottobre: le pareti umide, il pavimento di gomma in gran parte logorato da quei tavoli e sedie che in una palestra non avrebbero mai dovuto essere.

I bambini sono disposti in file piuttosto ordinate, in testa i più piccoli, poi quelli delle elementari e delle medie. Un rappresentante della protezione civile, Antonio Rizzo sta spiegando loro il motivo di questo incontro: poco prima, in molti hanno infatti confessato candidamente di non saperne niente. “A Scaletta e negli altri luoghi colpiti sono state istallate 12 sirene, hanno il compito di attivare il segnale di allarme nel caso si ripeta una nuova emergenza”. Tre segnali che da oggi questi bambini e ragazzi devono imparare a riconoscere. La paura a Scaletta e negli altri paesi è tanta e il rischio che acqua e fango portino ancora distruzione non è poi così remoto come dimostra l’allerta dello scorso 13 ottobre.

Gli allievi del nido e delle elementari seguono con difficoltà la lezione dell’ingegnere, piena di parole come "suono bitonale", "architravi", "infrastrutture", "mobilità". Qualcuno parla, altri giochicchiano, più d’uno guarda le immagini dei soccorritori intervenuti un anno fa in uno dei due schermi comparsi per l'occasione in palestra. Qualche mamma che ha accompagnato il figlio ascolta invece con maggiore attenzione.

Ma nella scuola di Scaletta, i segnali d'allerta sonori non si sentono. E’ lo stesso Rizzo a spiegarlo: "Questo edificio non è nelle zona a rischio" sostiene. L’esercitazione diventa così una presentazione di slide, fino a quando non vengono riprodotti i tre segnali. Il più importante è quello di "allarme": ha un suono simile a quello di un’ambulanza. E pochi istanti dopo il suo ululato catalizza l’attenzione di adulti e bambini. Le voci tacciono per tutto il tempo di quel suono e degli altri due che seguono, l’intermittente e il continuo che rappresentano preallarme e cessato allarme. Forse per questo, adesso, in palestra si respira una certa tensione.

Passa ancora qualche secondo e la tensione torna a scemare: la Protezione civile sta spiegando cosa bisogna o non bisogna fare se si è in macchina (evitare ponti e sottopassi), in strada (cercare riparo verso l’edificio più vicino) o in casa (allontanarsi dalle finestre). La lezione si conclude. Il tempo di un paio di avvisi e lo stanzone inizia a svuotarsi.

La  preside Venera Munafò ci accompagna in due stanze, a pochi passi l’una dall’altra. Sono due aule grandi  e ordinate che oggi ospitano pc, stampanti e strumenti musicali e servono per i laboratori degli studenti. “Un anno fa erano diventati due posti tristissimi”, spiega la preside: in una avveniva il riconoscimento dei cadaveri, nell’altra erano depositate le bare. “Queste stanze,  grazie a Dio, almeno sono rimaste agibili, il fango però ha danneggiato altre sedi scolastiche. Dopo giorni e notti trascorsi fianco a fianco con i soccorritori, nessuno si è posto il problema di dove sarebbero poi stati ospitati questi studenti. Solo grazie a una colletta tra privati siamo riusciti a costruire un’altra aula - ricorda la preside - No, la gente di qui non meritava certo questo trattamento”. Tutte le volte che si parla dell’alluvione, secondo la gente di Scaletta, si pensa solo a Giampilieri, la frazione completamente distrutta.

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