Quando di mamma non ce n'è una sola

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Sono più di 100mila, in Italia, i bambini nati da almeno un genitore omosessuale. La loro storia è raccontata in "Si fa presto a dire madre”, un saggio edito da Melampo in cui Valentina Furlanetto esplora i tanti volti della maternità

di Valentina Furlanetto

Esterno milanese, tardo pomeriggio. Con la timidezza, ma anche la testardaggine tipiche di una bambina di quasi otto anni, Caterina rivendica davanti alle amiche di scuola quello che per lei è realtà quotidiana e per gli altri un’anomalia: «Io di mamme ne ho due» insiste, ma le due ragazzine con cui sta giocando al parco non ne vogliono sapere.
Discutono della faccenda come due bambini maschi discuterebbero sui chilometri raggiunti dall’auto di papà («Mio padre va a ottanta all’ora» «E il mio a cento» «Allora il mio a duecento» e così via, alzando la posta fino a sfiorare la velocità della luce). La prima ragazzina, capelli castani e occhiali con montatura rossa, corre da sua madre e chiede come mai a loro è stata negata questa possibilità (sono forse più poveri, da non potersi permettere due madri?), l’altra, una biondina alta e più smaliziata, rivendica la poca scientificità della situazione sostenendo che «per fare un bambino ci vogliono un uomo e una donna, non due mamme». Si avvicina alla mamma di Caterina, che si chiama Silvia, e le espone la sua perplessità.

«È vero ammette Silvia per avere un bambino ci devono essere un uomo e una donna, ma io e Francesca, l’altra mamma di Caterina, abbiamo chiesto in prestito un semino a un signore gentile in Olanda e l’abbiamo avuta così». La ragazzina bionda, che finora dell’Olanda sapeva solo che vi crescono i tulipani, ne esce abbastanza convinta, ma insiste: «Quindi Caterina ha due mamme. E quanti papà?» «Nessuno». La biondina ora può vantare il possesso di un padre e di sicuro lo farà pesare a Caterina, ma intanto, almeno per oggi, la questione è finita lì. 
«Lo farà pesare come i bambini fanno pesare tante altre cose. I bambini sono generalmente conformisti e il fatto che uno abbia le orecchie a sventola, i denti storti, un giubbino di un colore diverso, qualsiasi altra cosa sconfini dal loro orizzonte, può essere motivo di derisione» dice Silvia.«Ma poi, una volta spiegato come stanno le cose, la maggior parte delle persone se ne fa una ragione, la curiosità si spegne e non fanno più tante domande, né i bambini né i genitori».

Appunto, come stanno le cose? Le cose stanno così: Silvia, che ha da poco superato la quarantina, ha avuto un lungo rapporto con un uomo quando era più giovane. Stavano abbastanza bene assieme, senza alti né bassi, alcune cose non andavano, ma lei non si faceva troppe domande e il tempo passava, fino a che è andata in Francia e lì ha incontrato Francesca. «La mia metà» dice non l’aria stupita e innamorata di chi vive da quindici anni con una persona.
Silvia, che con il fidanzato precedente non aveva mai desiderato avere dei figli («ma fin da piccola in realtà sapevo che avrei voluto dei bambini prima o poi»), dopo qualche anno con Francesca inizia ad affrontare l’argomento, iniziano a parlarne fra loro, leggono tutto quello che c’è da sapere, si informano, cercano delle persone che hanno già avuto questa esperienza e con le quali confrontarsi perché sanno che non è per nulla una questione scontata, soprattutto in Italia, dove nel frattempo sono tornate ad abitare. Poi, sviscerati i pro e i contro, decidono di provare. «Mi sono sentita pronta – racconta Silvia – dopo che è morta mia nonna, allora ho capito che era il momento».
«Il vero ostacolo – spiega Silvia – c’è stato tanti anni fa, quando abbiamo dovuto spiegare alle nostre famiglie chi eravamo, che eravamo gay e che eravamo una coppia. Lì è stato difficile per entrambe, ma una volta accettata questa realtà, il fatto di avere o meno dei figli è stato per i nonni solo fonte di gioia».

All’inizio, per avere un bambino, Silvia e Francesca pensavano di rivolgersi a un amico, un donatore conosciuto che potesse aiutarle a concepire, «ma poi abbiamo capito che volevamo che fosse una cosa tutta nostra, che non dovevano esserci altre persone». Allora sono andate in Olanda, dove hanno affrontato colloqui e test esattamente come le altre coppie sterili, eterosessuali o meno («da quanto tempo state assieme?» «in famiglia ci sono portatori di malattie ereditarie?» «siete consapevoli che il donatore sarà anonimo e i vostri figli non potranno mai sapere la sua identità?»). Il signore gentile fa il resto e nove mesi dopo Silvia partorisce Caterina.

Silvia e Francesca non sono una rarità, sono una delle tante coppie omosessuali italiane con figli. Contarli non è semplice, l’ultimo dato certo, del 2005, parla di almeno 100mila bambini che crescono con almeno un genitore omosessuale in Italia. Ci sono quelli nati da unioni eterosessuali nelle quali poi uno dei due coniugi si è scoperto gay, e i bambini nati e cresciuti in una coppia omosessuale.
Secondo uno studio di Arcigay condotto nel 2005 in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità il 17,7 per cento dei gay e il 20,5 per cento delle lesbiche sopra i 40 anni ha prole. E stiamo parlando del lontano 2005. Circa duecento di queste famiglie fanno parte dell’associazione Famiglie Arcobaleno, che si occupa di metterli in contatto, difendere i loro diritti e dare visibilità a un fenomeno in costante crescita.

Il nero e il bianco dei lavoratori non tutelati o precari di Rosarno e Parè lascia il posto qui a famiglie di tutti i colori, coppie di gay e di lesbiche con prole, mamme e papà single, ma anche famiglie dove una coppia di donne omosessuali e una di uomini omosessuali hanno messo assieme le forze e hanno deciso, in quattro, di concepire un bimbo. In questo “arcobaleno” fra i vari “colori” che si possono incontrare ci sono mamma Serena e mamma Cristina che hanno concepito due gemelli con papà Pietro e papà Sandro: la mamma biologica è Serena e il papà biologico è Pietro, ma tutti e quattro contribuiscono a crescere ed educare i due bambini, i quali si dividono fra due case, come se fossero figli di genitori separati, con un po’ di fatica e una certa dose di elasticità.

L’associazione Famiglie Arcobaleno calcola in circa un terzo i bambini o i ragazzi nati da precedenti unioni eterosessuali (che poi crescono nella famiglia che si è ricreata fra il genitore che si è scoperto gay e il suo/sua compagna), due terzi invece sono i minori nati in seno a un nucleo omosessuale.
In questo caso per le donne è molto diffusa la fecondazione in vitro, come hanno fatto Francesca e Silvia, praticata appena fuori dai nostri confini nazionali, in Spagna, Gran Bretagna, Olanda o Belgio; per gli uomini invece è più complicato e costoso perché per avere una gravidanza surrogata (in pratica una donna che porti avanti una gravidanza per conto terzi) bisogna arrivare fino agli Stati Uniti o in Canada.

Il baby boom è confermato da Silvia che, dopo la prima figlia, ora ha quattro eredi e una gatta, la quale, per non essere da meno, ha partorito da poco due cuccioli rossi. I gattini, entrambi maschi, sbilanciano “di poco” l’equilibrio di genere della famiglia: tre donne (due mamme e una figlia) e tre uomini (i tre bambini che sono seguiti) una gatta e due gatti maschi appena nati. La micia, una bella gattona grigia e bianca, allatta i suoi cuccioli adagiata su un cuscino dentro uno scatolone. Appena ci si avvicina si irrigidisce per la sua naturale diffidenza. Anche nel suo caso il maschio, un felino di passaggio dal pelo fulvo, ha fatto il suo dovere e poi si è ritirato con discrezione. E a lei non è neppure toccato andare in Olanda.
Copyright © 2010 Melampo Editore

Tratto da Valentina Furlanetto. Si fa presto a dire madre, Melampo, pp.176, euro 14

Valentina Furlanetto, giornalista di "Radio 24 - Il Sole 24 ORE", lavora alle news e conduce il programma Figli di un Dio minore. Ha condotto anche le trasmissioni Senza fine di lucro e Ascolto gli altri

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