Pedofilia on line, “contro l’orco servono fiabe 2.0”

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Il presidente del Garante della privacy Francesco Pizzetti commenta l’inchiesta di Sky.it, che dimostra quanto sia alto per una minorenne il rischio di essere adescata in chat. “Abbiamo bisogno di nuove favole che rappresentino i pericoli del web”

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di Chiara Ribichini

“Abbiamo sempre detto ai bambini di non prendere caramelle dagli sconosciuti, alle ragazzine di non accettare passaggi in macchina. Sappiamo raccontare la storia di Cappuccetto Rosso, che nasconde un messaggio ben preciso: il lupo può essere anche la nonna. Sappiamo bene come parlare ai nostri figli dei pericoli della vita reale. Ma non di quelli che corrono nel mondo virtuale. Perché sono gli stessi adulti a non conoscere le trappole della rete”. Ne è convinto il presidente del Garante della Privacy Francesco Pizzetti, intervistato da Sky.it sull’alto rischio per una minorenne di essere adescata da un pedofilo on line.

L’inchiesta di Sky.it dimostra quanto per una ragazzina delle scuole medie sia facile incontrare un orco in chat. Perché sono attratte dal mondo degli adulti che si avvicina, sono curiose, ma anche per l’ingenuità con cui non proteggono le loro informazioni personali (leggi l'intercettazione esclusiva). Secondo lei come si potrebbe intervenire?
La rete amplifica ciò che accade nella vita reale. Le ragazzine possono essere adescate in chat, così come davanti alle scuole, nei luoghi di ritrovo, nei bar. Soprattutto tra i 12 e i 14 anni. I pedagogisti ci insegnano infatti che in quell’età la maturazione del corpo non corrisponde a quella della consapevolezza. Ed è proprio quello il momento di massima esposizione. Nella realtà reale e ancora di più in quella virtuale. Si è sempre saputo che i bambini e le bambine o le ragazzine nell’età intermedia possono essere oggetto di attrazione sessuale determinando comportamenti ingannevoli da parte degli adulti. Non a caso abbiamo centinaia di favole che fanno parte della tradizione di tutto il mondo, che sono un antidoto o un modo per spiegare ai ragazzi i pericoli che il mondo degli adulti può rappresentare. Come Cappuccetto Rosso o Hansel e Gretel.

Servono dunque nuove favole?
Sì. Bisognerebbe avere delle fiabe che raccontino i pericoli che si nascondono nella rete. Cappuccetto Rosso è una storia che permette ai bimbi di capire fin da piccoli che non devono fidarsi neanche dei parenti, perché il lupo può essere anche la nonna. Il messaggio di Hansel e Gretel è: attenzione a ciò che attrae, perché nella casa di marzapane può nascondersi la strega che mette i bimbi nel pentolone. Lo stesso orco nel bosco è un invito a non andare nei luoghi che non si conoscono. Ecco abbiamo bisogno di una comunicazione mirata che spieghi ai minori i pericoli dei social network o delle chat.

I minori sono gli utenti più a rischio davanti a un pc?
Io credo che i cosiddetti Internet Native siano in generale più esperti degli adulti nell’uso delle nuove tecnologie. Mi preoccupa molto la facilità con cui anche gli adulti mettono on line le loro informazioni private o, peggio ancora, quelle dei loro figli. Facebook è pieno di mamme che pubblicano le foto con le loro figlie, con tanto di nomi e cognomi e indirizzi. Spesso ci si dimentica che la rete è un modo per mettere in contatto persone vere. E le persone vere possono ripetere nella realtà virtuale anche i comportamenti che nel mondo reale abbiamo messo a fuoco come potenzialmente pericolosi.

Manca dunque una messa a fuoco dei comportamenti virtuali?
Certamente. Abbiamo sempre detto ai bambini di non accettare le caramelle dagli sconosciuti e alle ragazzine di non accettare i passaggi in macchina. Si tratta di ripetere le stesse cose anche nella realtà virtuale. Solo che gli adulti ne sanno meno dei giovani. Mentre nella realtà reale hanno un’ampia esperienza, in quella virtuale ne sanno meno dei figli.

Le minorenni hanno spesso i profili aperti, permettendo a tutti di accedere alle proprie informazioni personali. Secondo lei la colpa può essere in parte delle impostazioni sulla privacy di Facebook, che risultano complicate da gestire anche a un adulto?
Il problema non è solo quello. Se una minorenne riceve una chat indesiderata può non rispondere. E, se l’utente insiste, la ragazzina che non vuole avere contatti con sconosciuti magari ne parla con i propri genitori. E’ un problema anche di educazione. Serve molta informazione, pedagogia, formazione. Che è quello che noi come Autorità Garante facciamo costantemente.

I social network non possono fare niente per tutelare i minori dai pedofili?
E’ un circolo vizioso. Da una parte ci guardiamo bene dal permettere ai social network di profilare gli utenti perché sarebbe un controllo sulla libertà di accesso della rete, dall’altra vogliamo che proteggano i minori. Ma per far questo, per sapere se dietro uno schermo c’è una minorenne o un adulto, l’unico modo è permettere ai provider di utilizzare i dati che ognuno di noi produce navigando. Non si è ancora riusciti a trovare una soluzione equa.

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