Così mi sono salvato per un soffio dal monossido di carbonio

Vigili del fuoco sulla scala per accedere a uno dei piani del condominio in Piazza Gobetti dove sono morte due persone per le esalazioni di monossido di carbonio
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Milano, 2 ottobre: una fuga di veleno inodore in una palazzina uccide due persone e ne intossica altre sette. Tra loro, ricoverato in gravi condizioni, c'era anche un giornalista di Sky.it. Che racconta la sua esperienza e come ha potuto uscirne vivo

Sabato 2 ottobre, in un condominio in piazza Gobetti, a Milano, Alfonso Sabba, 46 anni, e la sua compagna polacca, Katarzyna Loskot, di 45, sono morti in seguito alle esalazioni da monossido di carbonio provenienti, con molta probabilità, da uno scaldabagno. La fuga del gas ha provocato anche l’intossicazione di altri sette condomini. Tra loro, ricoverato in gravi condizioni, c’era anche un giornalista di Sky.it. Questo è il suo racconto.

di Daniele Troilo

C’è una cosa che, io giornalista di Sky.it, d’ora in poi non odierò più: il turno in redazione della mattina presto. Soprattutto dopo che un medico mi ha spiegato che è stato “lui” ad aver salvato la mia vita e quella di mia moglie, Cristina.

È la mattina del 2 ottobre, sabato scorso. Alle 5.45 il cellulare poggiato sul comodino, nella mia casa al terzo piano di un condominio in piazza Gobetti 8 a Milano, comincia a gracchiare. Prima piano, poi sempre più forte. È la sveglia che mi chiama.
Un pensiero non del tutto inedito aleggia dentro di me: odio alzarmi a quest’ora.
Mi sollevo svogliatamente, spengo il telefonino e infilo le ciabatte. Mi fa male la testa, sarà il sonno come minimo. Mi alzo e vado in bagno, barcollo, ma riesco comunque a raggiungere la cucina. La testa è come schiacciata da un tir. Cristina continua a dormire nell’altra stanza. Non sa, come me d’altronde, che sta continuando a inalare monossido di carbonio, gas velenoso, inodore, incolore, più infame che non si può.

Io mi sforzo di andare avanti con la routine, accendo il caffè e mi illudo che con una buona colazione mi sentirò meglio. Ma non riesco nemmeno a stare in piedi, ho la nausea, mi appoggio con le braccia al tavolo, infine rimetto. La sensazione che provo è quella di non riuscire a governare il mio corpo, i riflessi sono rallentati, la vista annebbiata. Devo svegliare Cristina e dirle che non sto bene. Quando lei apre gli occhi e mi guarda, dopo essersi alzata dal letto, ha solo il tempo di constatare il mio pallore. Poi crolla anche lei.  Scopriamo così di avere gli stessi sintomi, Cristina addirittura sta peggio. A entrambi viene voglia di ributtarsi nel letto, la tentazione di richiudere gli occhi e lasciarsi il malessere alle spalle è forte, sembra l’unico rimedio per provare un po’ di sollievo immediato. Ma è anche il modo per avvicinarsi inesorabilmente alla morte.

Decidiamo di non arrenderci al sonno. Pensiamo a un’intossicazione alimentare, qualcosa che abbiamo mangiato insieme la sera prima che possa averci scombussolato lo stomaco. Mi sforzo, devo avvisare i colleghi con un sms: oggi niente redazione, non per adesso almeno. Cristina però non si fida: nessuno dei due può aiutare l’altro, meglio chiamare un medico. Alle 7 e qualche minuto l’ambulanza del 118 è sotto casa. Riusciamo a malapena ad aprire la porta d’ingresso per far entrare i soccorsi. Nessuno pensa al monossido. Raggiungiamo il pronto soccorso della clinica Città Studi, la ex Santa Rita, senza fretta e senza sirene. Siamo stati classificati “codice verde”, quello che nel gergo degli ospedali rappresenta i casi meno gravi e meno prioritari. Veniamo parcheggiati su due sedie e qualche infermiere comincia a farci domande su cosa abbiamo mangiato la sera prima.
Non abbiamo paura.
Sappiamo ormai di essere al sicuro e nel posto giusto. Io penso che con una flebo saremo nuovi come prima. Ma ad un tratto vedo gli infermieri agitarsi e correre verso di noi. È arrivata un’altra chiamata al 118, dallo stesso condominio, con gli stessi sintomi. Scatta l’allarme. Ci sottopongono all’istante al test del monossido, i nostri livelli sono alti, siamo a rischio. Ci portano in una stanza dove ci fanno stendere e cominciano ad attaccarci fili, ventose, flebo, siringhe per il prelievo del sangue, mascherine con l’ossigeno. Ci sottopongono anche ai raggi.
Abbiamo paura.
Quando il quadro è ormai chiaro un medico entra nella stanza, si posiziona tra i nostri letti e ci spiega che la situazione è seria. Abbiamo inalato troppo monossido, l’ossigeno ad alti flussi che stiamo respirando da circa un’ora non è sufficiente. Hanno già contattato l’ospedale Niguarda, dove una camera iperbarica sta per essere allestita per noi. Mi permetto di fare una domanda, in realtà ne ho fatte almeno una decina da quando siamo lì, ma a questa ci tengo davvero. Chiedo al dottore se, tutto sommato, visto che io e mia moglie siamo coscienti e siamo in un ospedale possiamo ritenerci fuori pericolo. “Non ancora”, mi risponde.
Abbiamo molta paura.

L’ambulanza, stavolta a sirene spiegate, ci porta nell’altro ospedale. Verso le 11, non prima di aver ascoltato e accettato tutte le condizioni sui rischi della procedura, entriamo nella camera iperbarica. Con noi c’è anche un’altra paziente, nostra vicina di casa, vittima anche lei delle esalazioni. Il “viaggio”, all’interno di una capsula simile a un sottomarino che ci porta a raggiungere la pressione equivalente a quella che si trova a 18 metri in fondo al mare, dura quasi tre ore. Respiriamo ossigeno al 100 per cento, una manna per i nostri polmoni e per il nostro sangue. Quando usciamo siamo stanchi, spossati, ma stiamo decisamente meglio. Le analisi poco più tardi certificheranno il successo del trattamento, nei nostri corpi non ci sono più dosi significative di monossido. Intanto ci informano di quello che è successo nel nostro condominio: due persone sono morte e, oltre a noi, altre cinque sono rimaste intossicate. Il medico ci spiega che se fossimo rimasti a dormire un altro poco ora non staremmo lì a parlarne. Restiamo pietrificati.

Veniamo rispediti alla clinica Città Studi da cui, nel pomeriggio di sabato, io e Cristina saremo dimessi. Nei giorni successivi ci aspetteranno nuove visite e nuovi controlli. Quando rientriamo a casa passiamo davanti alla porta d’ingresso, tappezzata dai sigilli dell’autorità giudiziaria, dalla quale i nostri vicini non entreranno e non usciranno mai più. Il loro appartamento si è trasformato per una notte in un bunker letale. Ci guardiamo inebetiti, i pensieri si mescolano con le lacrime. Si entra in un cortocircuito mentale fatto di se e di ma: la sveglia, il lavoro, quel turno invece di un altro…
Noi siamo ancora qua, ma non riusciamo a spiegarci come sia possibile morire così.

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