L'Aquila, la paura a scuola quando suona la campanella

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Tre squilli sono il segnale che indica l'inizio delle procedure antisismiche. A un anno e mezzo dal terremoto "il senso di provvisorietà domina le nostre vite e quelle degli studenti": il racconto della professoressa di lettere dell'ITIS de L'Aquila

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di Pamela Foti

“Nomi, cognomi, registri, il campanello. In mezzo al diario di classe, ci sono le istruzioni su come comportarsi in caso di… ". Non finisce la frase Patrizia Tocci, professoressa di lettere dell'’Istituto Tecnico Industriale Amedeo di Savoia de L’Aquila, che sul suo blog racconta della città che "non c'è più". Inghiottita da quei tre puntini di sospensione che stanno per terremoto.
"Leggo le istruzioni, soprattutto ai più piccoli, in un certo silenzio - continua sul suo spazio in Rete nel quale descrive il primo giorno di scuola - Illustro il percorso da fare, le priorità, le necessità. Guardiamo la cartina appesa alla porta e cerco di scherzare: allora, tre suoni di campanella sono il segnale..”.
Il segnale che dà inizio alle procedure di evacuazione in caso di scossa sismica.

“Oggi a scuola nemmeno il suono della campanella è più un segno rassicurante – spiega Patrizia Tocci a Sky.it - Quello che per tutti gli alunni del mondo rappresenta da sempre il suono liberatorio che sancisce la fine delle lezioni, per noi aquilani può trasformarsi nell’inizio del panico. Il terremoto è riuscito a cambiare anche questo”.
E in tanti hanno scelto di andarsene, di cambiare città, di traslocare in altri centri. Quest’anno infatti, nella sola Provincia de L’Aquila si è registrato un calo degli iscritti di circa 1.033 tra bambini e ragazzi, passati dai 39.314 studenti del 2009 a 38.281 per l’anno scolastico 2010-2011.

A un anno e mezzo dal sisma del 6 aprile, la vita a L’Aquila tenta lentamente di tornare alla normalità. “Ma quest’anno è più duro dello scorso anno” ammette la professoressa. “Subito dopo il terremoto eravamo spinti dalla voglia di rimboccarci le maniche, reagire, mostrare a noi stessi che dovevamo e potevamo farcela. Eravamo mossi dall’adrenalina. Oggi invece, facciamo i conti con la dura realtà. L’Aquila è morta e la ricostruzione non è ancora partita. La città è in ginocchio. L’economia è in ginocchio. Sentiamo sulle nostre spalle tutto il peso della catastrofe”.
Fa una pausa, e poi aggiunge: “E’ il senso di provvisorietà che domina le nostre vite, comprese quelle degli studenti. In classe, ad esempio, permetto ai miei ragazzi di lasciare il telefonino acceso. Magari sotto il banco o dentro lo zaino, perché non si sa mai”.
“Perché quando si tocca con mano la morte, - racconta non senza un po’ di fatica - resta il senso di precarietà. E tutto intorno a noi ce lo ricorda. Lavoriamo e studiamo nei Musp, (Moduli ad Uso Scolastico Provvisorio nati per ospitare gli alunni delle scuole ancora inagibili) e abitiamo in luoghi che chiamiamo Sassa 1, Coppito 2, progetto C.a.s.e.: insediamenti che non possono essere considerati paesi, ma solo quartieri dormitorio dove la gente torna dopo la giornata lavorativa”.

Anche il problema del traffico condiziona la vita di scolari e insegnanti. Patrizia Tocci ci racconta che prima del 6 aprile 2009 abitava in pieno centro storico, in quello che ora è definito la zona rossa. Andava a scuola a piedi, impiegando solo 5 cinque minuti. Oggi, invece, vive a Pizzoli, a 12 km dall’Istituto Tecnico. Una distanza relativamente breve, che però ogni mattina la costringe a un viaggio in macchina di quasi 1 ora e mezzo.
“Esco di casa alle 7.15 e non riesco ad arrivare mai prima delle 8.30. E i miei alunni vivono lo stesso disagio. Non tutti gli autobus, infatti, riescono a collegare la città con la periferia. Spesso, poi, le strade sono troppo strette e i mezzi di linea troppo grandi per poter fare manovra tra i tornanti che conducono alle new town. Alcuni ragazzi sono perciò costretti a mettersi in marcia alle 6 di mattino e quasi mai rientrano a casa prima delle 15. Senza contare che in città non è nemmeno garantito il servizio mensa”.

In queste condizioni, spiega, è impossibile organizzare una qualsiasi attività pomeridiana con gli studenti: “Non assegno più nemmeno ricerche di gruppo: i miei alunni abitano l’uno distante dall’altro e nelle loro nuove case spesso non hanno una cameretta tutte per loro ma la condividono con i fratelli. Inoltre, non ci sono più le biblioteche dove andare a studiare né i bar dove fare quattro chiacchiere. Il tessuto sociale a l’Aquila è schizzato via col terremoto”.

Ma più di ogni cosa, manca la serenità. “Viviamo nell’incertezza che prima o poi possa succedere qualcosa. E nei volti dei ragazzi si può scorgere ansia. Quell’ansia di cui non amano parlare, perché nonostante tutto si ha voglia di dimenticare per poter guardare avanti. Ma è la nostra quotidianità che giorno dopo giorno, nelle piccole cose, ci ricorda ciò che è successo. E basta il rumore sospetto di una sedia o una folata di vento che bussa troppo forte e scuote le finestre delle aule per far tornare la paura”.

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