Milano, come si vive nel quartiere multietnico di via Padova

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Giulia Ciniselli e Anna Bernasconi hanno girato il documentario "Via Padova – Istruzioni per l’uso", che racconta la zona, spesso al centro delle polemiche, dove i migranti stranieri rappresentano una percentuale importante della popolazione locale. VIDEO

di Valeria Valeriano

Due bambine giocano in cortile con l’hula hoop mentre, in lontananza, la voce di una giornalista racconta delle tensioni nel quartiere dopo la morte di un ragazzo egiziano. Via Padova – Istruzioni per l’uso inizia così. È un documentario di 45 minuti sulla zona più multietnica di Milano. Sui quei quattro chilometri che da piazzale Loreto corrono verso la periferia. Una Babele fatta di minimarket arabi, phone center e kebab. Dove i migranti stranieri rappresentano una percentuale importante della popolazione locale. Dove si incrociano più di cinquanta nazionalità e culture diverse. Soprattutto italiani, nordafricani, cinesi e sudamericani.

La strada è diventata tristemente famosa il 13 febbraio scorso, quando l’uccisione di un 19enne in una lite tra extracomunitari ha provocato ore di guerriglia urbana. Questo corto è una voce dall’interno. Giulia Ciniselli, una delle registe, in via Padova ci vive da venticinque anni con la famiglia. “Praticamente abito davanti a dove è successo il fatto”, dice. L’idea di girare un documentario è nata proprio in quei giorni. “Ero a cena con degli amici. Un po’ per provocazione mi hanno buttato lì: «Perché non fai qualcosa su via Padova?». Ho risposto che non avevo tempo. Stavo lavorando al montaggio di un altro documentario con una ragazza. Lei era incinta, bisognava finire prima che partorisse”. Il giorno dopo, quasi per caso, Giulia Ciniselli ne parla con la ragazza incinta: Anna Bernasconi, l’altra regista. “A lei l’idea è piaciuta subito. Mi ha detto: «È una cosa importante, facciamola». E così ci siamo buttate in questa esperienza”.

Anna Bernasconi è nata a Como e vive a Palermo. Prima di iniziare a girare non era mai stata in via Padova. “La conoscevo attraverso i media – racconta –. Sono arrivata lì e non sapevo bene da dove iniziare. Mi sono lasciata trasportare dalla strada. Sono entrata nei negozi, nei bar. Le prime interviste erano lamentele dei commercianti o opinioni sulla via”. Poi, in un mese di riprese, i colloqui sono diventati più intimi. “Sono entrata con delicatezza nelle abitazioni, nelle cucine, nelle vite degli altri”.

Nel documentario si intrecciano storie diverse. Ci sono donne che preparano i piatti tipici del loro Paese per sentirsi a casa. C’è una trans argentina che si sistema prima di scendere in strada. C’è la badante moldava che ogni settimana manda regali ai nipotini lontani. Ci sono gli abitanti del campo nomadi di via Idro: dalle ragazzine che non vogliono una casa (“Sarebbe come essere in prigione”), alla signora che invece ne sogna una. “Avevo il pancione e andavo in giro da sola, con la telecamera in borsa e il microfono in mano – spiega Anna Bernasconi –. Nessuno mi ha mai chiuso la porta in faccia”.

Via Padova – Istruzioni per l’uso era stato presentato lo scorso giugno alla Triennale di Milano. “Era una versione diversa – dice Giulia Ciniselli –. C’erano molte interviste, era più un reportage”. Il 14 settembre è stato proiettato all’Immigration Day del Milano Film Festival. “Vorremmo farlo girare il più possibile – continua –, farlo vedere a tante persone. Per questo stiamo cercando una distribuzione. Forse diventerà anche un dvd, in molti ce l’hanno già chiesto”.
“Nella seconda versione abbiamo deciso di tralasciare i giudizi e arrivare all’essenziale: le espressioni, i modi di fare, le piccole cose”, aggiunge Anna Bernasconi. Per lei via Padova “è una metafora di molte vie italiane”. “Siamo fortunati, viviamo in un posto ma abbiamo accanto tanti mondi diversi. È un processo di trasformazione naturale che non si può contenere”, dice. Giulia Ciniselli è d’accordo: “Siamo tutti uomini con le nostre storie e le nostre piccole battaglie quotidiane. Volevamo offrire al pubblico un punto di vista diverso su via Padova. A febbraio c’è stata una reazione esagerata, si è parlato di rastrellamenti e coprifuoco. Il risultato è che ora il quartiere è cambiato, si è fermato. Non c’è più la vita di prima. Non c’è gente che cammina per strada la sera, ti senti meno sicuro. I negozi sono più vuoti, i commercianti si lamentano. E se tutta Milano diventasse così?”.

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