Se un blogger dà fastidio alla ‘ndrangheta

Antonino Monteleone
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A 25 anni dall’omicidio di Giancarlo Siani, il cronista napoletano ucciso dalla camorra, in alcune zone d’Italia scrivere di “certe cose”, anche sul web, significa ancora finire nel mirino della criminalità. Intervista ad Antonino Monteleone

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di Cristina Bassi

“Torno a casa la sera sul tardi, è la notte tra il 4 e il 5 febbraio di quest’anno. Mi ero accorto che qualcuno mi seguiva, almeno così mi sembrava. Un’auto si accosta al marciapiede nel momento in cui parcheggio. Entro nel palazzo e trenta secondi dopo sento il botto. Sono rimasto a guardare la mia macchina che bruciava dal balcone di casa”. Vita quotidiana di un cronista calabrese, anno 2010. Antonino Monteleone ha 25 anni, ma conosce bene il nome e la vicenda di Giancarlo Siani , il giornalista campano ucciso dalla camorra il 23 settembre del 1985. Proprio l’anno in cui Antonino è nato.

Sono già 13 dall’inizio di quest’anno i giornalisti calabresi minacciati o intimiditi, persino sequestrati o malmenati. Gli episodi sono 23 negli ultimi due anni e mezzo. Spesso queste storie non superano i confini regionali, raramente finiscono sui giornali nazionali. Ma i cronisti dalle parti di Reggio Calabria, Locri, Crotone (e come loro i magistrati, gli appartenenti alle forze dell’ordine) sono in guerra. Una guerra fatta da una parte di pallottole calibro 12 recapitate in redazione, macchine crivellate di colpi, fotografie di mogli e figli nel passeggino accompagnate da messaggi di avvertimento, taniche di benzina fatte trovare sul balcone. E dall’altra solo di parole.

Il conto delle minacce l’hanno tenuto Roberta Mani e Roberto Rossi nel libro Avamposto-Nella Calabria dei giornalisti infami . Monteleone è uno di questi “giornalisti infami”. È di Reggio Calabria, da poco sbarcato a Roma per il nuovo lavoro come inviato della redazione di Exit, il programma de La7. Il suo blog, online da quasi sei anni, si occupa di ‘ndrangheta, di politica, degli intrecci tra le due, delle vicende legate al clan De Stefano. Le mail di minacce e insulti che riceve, lo slogan del suo portale, “Più querele che lettori”, e la sua Fiat Idea saltata in aria qualche mese fa dimostrano ancora una volta che se si scrivono certe cose, si dà molto fastidio a chi fa del silenzio una garanzia di impunità. E che se poi certe cose si scrivono su Internet, i criminali fanno ancora più fatica a lasciar correre.

Anche il giornalismo online finisce nel mirino della mafia. Perché?
La comunicazione online, soprattutto quella dei blogger, può sembrare di tono leggero. Invece dà più fastidio, perché persiste nel tempo. Se un trafiletto di giornale si può anche ignorare e chiederne la rettifica a volte è considerato un modo per dargli ulteriore risalto, le news sul web sono un problema più grosso.

E arrivano le minacce.
Non sono certo l’unico a riceverle. Arrivano e-mail anonime con minacce e insulti, con avvertimenti come “Stai attento”, “Parli troppo”, “Scrivi cose false”. Oppure vanno sul personale, ti accusano di essere un venduto, di avere motivi di interessi economici nel pubblicare certe notizie. Poi ci sono le querele, ne ho collezionate una decina.

Finché non è saltata in aria la sua macchina.
Era da quando avevo 18 anni che i miei amici mi prendevano in giro dicendo che se continuavo così, prima o poi la mia auto sarebbe andata a fuoco. Ci abbiamo sempre scherzato su. Mi aspettavo che mi succedesse qualcosa, ma quando è capitato davvero devo dire che sono rimasto abbastanza scosso.

Dalla mattina dopo cosa è cambiato?
Nel mio modo di lavorare non è cambiato nulla. Anzi, la motivazione è aumentata. In queste situazioni hai due alternative: o molli tutto oppure ti convinci ancora di più di quello che fai. I mafiosi ti intimano di “non andare oltre” ed è proprio ciò che ti viene voglia di fare. Da quella notte una volante della polizia passa più spesso nella strada in cui abito, come in quelle di altri colleghi minacciati. Per il resto continuo a scrivere di ‘ndrangheta e non solo nel contesto calabrese.

Come descriverebbe le condizioni in cui lavorano i giornalisti calabresi?

Oggi in Calabria si respira la stessa aria che si respirava in Campania 25 anni fa, quando è stato ucciso Giancarlo Siani. I cronisti calabresi fanno cose che per un cronista emiliano o lombardo sono la routine: girano tra questura e tribunale, scrivono le notizie che raccolgono. Solo che da noi questo significa che il giorno dopo ti arriverà una lettera di minacce o peggio. Penso a Ferdinando Piccolo, del Quotidiano della Calabria, che ha appena ricevuto due lettere intimidatorie in una settimana, dopo essersi occupato di San Luc a. Oggi però c’è un po’ meno vuoto intorno a noi, la società civile è più consapevole, anche grazie a Internet e ai nuovi modi di divulgare le notizie. Se Siani fosse vissuto ai tempi del web, forse sarebbe ancora vivo.

Che probabilità ci sono che la ‘ndrangheta dia seguito alle minacce?
Non credo che la ‘ndrangheta sia interessata a uccidere un giornalista: un cronista fa più danno morto che vivo dal punto di vista dei mafiosi. Però la possibilità che possano andare oltre le minacce va messa in conto. Dalle nostre parti chi fa quello che faceva Giancarlo Siani, cioè qualcosa in più di ciò che ci si aspetta da un “giornalista-impiegato”, diventa automaticamente un obiettivo. Senza che i giornali nazionali se ne occupino troppo.

Una scena di Fortapàsc , il film di Marco Risi sulla vita e la morte di Giancarlo Siani:

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