Napoli, quando il pesce puzza di camorra

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Nell’“Ultima cena”, il giornalista Peppe Ruggiero racconta che almeno il 30% del mercato di vongole e militi è illegale. E la criminalità ne approfitta, costringendo i pescivendoli ad acquistare persino l'“acqua di mare”. Leggi un estratto

di Peppe Ruggiero

“O’ pesce fete da’ capa!”. È un proverbio napoletano. Il pesce puzza dalla testa, soprattutto se è della camorra. Da sempre, tutto ciò che gira intorno al mercato del pesce ha il sapore di criminalità.
E Napoli, da sempre capitale del contrabbando, è diventata capitale del commercio abusivo di pesce. Non più banchetti con le sigarette: ora ci sono furgoncini ambulanti che vendono di tutto. Dalla mafia delle bionde a quella dei mitili. Polipo, spigole, vongole, cozze, fasolari al posto delle Marlboro. Una piaga sanitaria e sociale – e con un business di tutto rispetto – dove naturalmente c’è lo zampino delle famiglie della camorra.

A distanza di decenni si ripete la stessa storia. Come un tempo per le sigarette, anche per i frutti di mare ci sono due mercati paralleli: quello lecito, il maggiore, garantito da bollini e autorizzazioni sanitarie; e quello illecito, neanche tanto nascosto, fatto di tanti venditori ambulanti che vengon su come funghi ogni giorno, senza permessi e senza autorizzazioni.
È il caso soprattutto di quello dei frutti di mare. Cozze e vongole fatte ingrassare nelle acque avvelenate del Golfo di Napoli. Almeno il 30% del mercato dei frutti di mare venduti in provincia di Napoli è illegale.
Una distribuzione capillare sul territorio che si regge su una rete di grossisti e venditori al dettaglio abusivi che occupano le strade di Napoli con le loro “Ape” e le bacinelle di plastica.

Del resto, la pesca è un settore storicamente sottoposto alle “attenzioni” della camorra, che monopolizza l’intero comparto e ha artigliato tutta la filiera, dalla pesca in mare, passando per la vendita al dettaglio fino al commercio del pesce surgelato. Napoli è proprio ’na carta sporca, capace di sigillare anche i riti e le tradizioni.
Ogni napoletano che si rispetti, almeno una volta, ha trascorso la notte tra il 23 e il 24 dicembre a passeggio tra le bancarelle del mercato del pesce di Porta Nolana. Per i napoletani semplicemente il mercato “‘Ncopp’ ’e Mmura”.
Una casbah di polipi, gamberi, pezzogne, spigole e orate. Uno spettacolo di odori, colori, voci e illegalità.

Nel luglio del 2007, con un decreto della procura di Napoli, l’intero mercato è stato sigillato: 19 pescivendoli denunciati, 100 banchetti rimossi, 300 quintali di pesce sequestrati per un valore di oltre 100.000 euro.
Un mercato totalmente abusivo: perché non c’è la rete idrica con acqua potabile per la pulizia; perché manca un impianto di scarico delle acque reflue; perché tra i banchi circolano i topi; e, infine, perché le analisi di laboratorio (realizzate dal Dipartimento di igiene della Seconda Università) sono indiscutibili: tra i molluschi sequestrati è stata rilevata una presenza di coliformi fecali ben sopra i limiti di legge.
Il pesce, spiegano gli inquirenti, è stato venduto negli ultimi mesi con il «rischio reale di diffusione di malattie infettive veicolate dagli alimenti, tipo epatite A, enteriti da salmonella minore e febbre tifoide».
E dove la camorra in questi quarant’anni ha fatto il bello e cattivo tempo.

I primi a essere soggetti alle regole dei clan sono gli stessi pescatori, ai quali viene imposto di non pescare nelle zone più ricche e di pagare il pizzo anche sotto forma di cessione di parte del pescato.
Nei mercati ittici controllati direttamente dalla camorra in Campania, non si possono occupare le postazioni meglio trafficate e tutti i pescivendoli devono ovviamente pagare una quota di denaro anche per quelle poco redditizie che rimangono libere.
Che tristezza. Anche il pesce puzza di camorra. Ma nella città di mare, anche questo business non poteva passare inosservato.

Spigole e orate scongelate con acqua torbida, mitili, cozze e calamari decorati con spicchi di limone sulle bancarelle di mezza città ma immersi in acqua di dubbia provenienza. E lo sfizio di regalarsi una spaghettata o magari la famosa “impepata” per i cittadini rappresenta un rischio. Infatti, l’epatite A, quella alimentare, viene spesso associata al consumo di frutti di mare, che nella maggior parte dei punti di vendita cittadini, soprattutto quelli abusivi, vengono sistemati in bacinelle piene d’acqua marina.
Con questo procedimento, che i pescatori chiamano “rinfrescata”, il prodotto – anche dopo il trattamento di purificazione effettuato in uno stabulario – ridiventa infetto,dal momento che cozze, vongole, tartufi, fasolari vengono immessi in bacinelle piene di acqua di mare raccolta in zone in cui è vietata la balneazione. Acqua di mare inquinata di camorra.

L’ultima “trovata” è emersa il 16 maggio 2007 da un verbale del collaboratore di giustizia Giuseppe Misso jr, nipote dell’omonimo boss del Rione Sanità.
La camorra, dopo aver imposto ai commercianti di tutto, dal pesce alla mozzarella, dal caffè ai gelati, riesce a vendere anche l’invendibile: l’acqua di mare. Il pentito ha raccontato al pm Raffaele Marino che lo interroga: «In molte zone sopra le mura, tra Porta Capuana e Porta Nolana, ma anche a Mergellina, viene imposto ai venditori di frutti di mare l’acquisto di taniche contenenti l’acqua di mare che serve a tenere freschi i pesci e le cozze».

Guai a non pagare e non accettare quelle taniche. E che importa se la provenienza è oscura, se è prelevata in acque dove è vietata la balneazione.
La legge della camorra non ammette repliche. Il bivio è tra vendere o affogare. Ancora una volta un affare di camorra, sporco come l’acqua inquinata.
Quello che un tempo la gente del popolo chiamava “acqua pazza”, ossia la cucina a base di acqua di mare – perché il pesce appena pescato veniva cucinato con acqua di mare e altri ingredienti essenziali – oggi si è trasformato in tutt’altro paradigma. “Spigola all’acqua pazza” è il nome che viene dato al pesce surgelato sottoposto a una vergognosa pratica di scongelamento con acqua contaminata. Che dire, a Napoli anche i pesci navigano in cattive acque.
Un’inchiesta della magistratura ha accertato che l’acqua di mare inquinata viene venduta e poi usata per scongelare, lavare e rinfrescare il pesce da mettere sul mercato in vista delle festività natalizie.
Nelle carte dell’inchiesta si fa per la prima volta luce sull’assurda “macchina” del traffico clandestino di acqua inquinata. Una genialità tutta napoletana. Si è scoperto che un uomo aveva collocato in mare una motopompa nei pressi del Molosiglio, sul lungomare di Napoli, e della spiaggia di Vigliena alla periferia est.

Dietro il pagamento di 5 euro a carico, riforniva di acqua sporca autocisterne e furgoni frigo, in alcuni casi addirittura cisterne utilizzate precedentemente per lo spurgo delle fogne.
Seguendo il carico, i Carabinieri scoprirono che quel liquido melmoso veniva distribuito nelle diverse pescherie della città. I risultati delle analisi effettuate sul campione d’acqua diedero un esito drammatico: la concentrazione dei colibatteri superava migliaia di volte la soglia prescritta dalla legge.
Tutto ciò in barba a qualsiasi legge: basti pensare che a Napoli è in vigore un’ordinanza sindacale risalente al 1976 che fa divieto di utilizzare acqua di mare raccolta sul litorale urbano, là dove non è consentita la balneazione, per lavare o tenere in fresco prodotti ittici. Le immagini girate dalle forze dell’ordine erano chiare e nitide: in esse alcuni addetti del mercato ittico e qualche commerciante scongelavano o sciacquavano pesce con acqua altamente inquinata prelevata in alcuni casi a Vigliena, a pochi metri dalla bocca del collettore fognario e dallo scarico della centrale ENEL.
©2010, Edizioni Ambiente S.r.l

Tratto da Peppe Ruggiero. L’ultima cena. A tavola con i boss, Edizioni Ambiente, collana VerdeNero Inchieste, pp.180, euro 14

Peppe Ruggiero
, giornalista professionista, collabora con varie testate tra cui l’Unità, Terra, Narcomafie, Libera Informazione. Responsabile ufficio stampa di Libera e di Legambiente Campania, è tra i curatori del Rapporto Ecomafia di Legambiente.
Nel 2007 ha realizzato con Andrea D’Ambrosio ed Esmeralda Calabria il documentario Biùtiful cauntri, vincitore del Nastro d’Argento 2008 come miglior documentario uscito in sala. Nel 2010 è stato consulente su criminalità e sicurezza alimentare per la trasmissione Mi Manda Rai Tre.

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