Roma, è morto Pietro Calabrese. Gino non c'è più

Pietro Calabrese, "Gino" non c'è più
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Il giornalista, classe 1944, si è spento dopo una lunga malattia. Aveva iniziato la sua carriera all'Ansa, per poi arrivare alla direzione del Messaggero, della Gazzetta dello Sport e di Panorama

Ha parlato della sua malattia come fosse quella di 'Gino', quasi ogni settimana sul 'Magazine' del 'Corriere della Sera', in un tono ora drammatico, ora poetico, ora crudo, ora giocoso come era nelle sue corde. Fino alla fine. Così era Pietro Calabrese, che muore lasciando in uscita in libreria a fine mese il segno della sua capacità di trasformare anche la sofferenza in racconto con 'L'albero dei mille anni'.

Romano vero di quelli profondamente legati alla città, anche se di genitori siciliani, 66 anni (era nato l'8 maggio 1944), laureato in giurisprudenza, un inizio come funzionario parlamentare, Calabrese era giornalista professionista dal 1974 e della tanto amata professione ha seguito dal vertice, i più svariati argomenti passando dagli esteri, alla cultura, allo sport. Dando anche il buongiorno agli italiani, per lungo tempo, con la sua voce simpatica dal programma mattutino di Radiouno.
E ' stato giornalista d'agenzia dal '73 al '77 all' Ansa, prima alla redazione notiziari per l'estero e poi alla redazione di Parigi. Calabrese era poi tornato nella capitale francese come corrispondente del Messaggero, giornale che ha attraversato fino alla direzione. Per il quotidiano romano ha lavorato anche a Bruxelles e poi come responsabile delle pagine culturali per lasciarlo quando diventò il brillante responsabile delle pagine cultura e spettacoli dell' Espresso.
Tornato al Messaggero, era stato nominato caporedattore centrale e poi vicedirettore unico. Nel gennaio 1996 aveva chiesto l'aspettativa per assumere la carica di presidente del Comitato promotore delle Olimpiadi del 2004 e in questa veste era stato anche consulente dell'allora sindaco di Roma Francesco Rutelli. Per la capitale era poi tornato a lavorare quando sindaco era Walter Veltroni per abbandonare il ruolo con l'arrivo di Gianni Alemanno.

Del Messaggero è stato poi infine direttore dal giugno del 1996 fino alla nomina in Rai nel 1999. Questo fu forse il capitolo più faticoso e discusso della sua lunga carriera, quando il Cda con la direzione generale di Pier Luigi Celli lo volle per dirigere la Divisione tv canale 3 e offerte collegate della Rai. Un ruolo scarsamente operativo perché il progetto a cui era legato non decollò mai e lui se ne andò. Si parlò poi negli anni successivi di una sua candidatura alla direzione del Tg1 e poi infine il suo nome circolò anche successivamente, dopo il 2008, tra quelli dei candidati alla presidenza di Viale Mazzini.

Dopo un passaggio alla divisione multimediale del Gruppo Rcs diventa direttore di 'Capital' nel 2001, ma l'anno dopo viene scelto per andare a dirigere La Gazzetta dello sport al posto di Candido Cannavo'. Fu in quella occasione, che riassunse così la sua idea di giornalismo: "Emozione. Ecco la nostra arma. Se riusciamo a raccontare con imparzialità ma con emozione abbiamo vinto". Si dimetterà dopo due anni per passare alla direzione di Panorama, che lascia poi nel 2007 a Maurizio Belpietro.

La malattia, brutale, arriva all'improvviso. E' lui stesso a parlarne, nell'autunno del 2009. Ne scrive sul magazine del Corsera, commuovendo i lettori, con la storia di Gino . E la racconta in un libro, che non ha fatto in tempo a vedere pubblicato (esce il 29 settembre per Rizzoli) ma che è stata anche l'occasione per ragionare sulla vita e i suoi scherzi, il cielo stellato, gli amici veri e i baobab.

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