Via Poma, Garofano: "Le prove contro Busco sono valide"

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A vent’anni dall’omicidio di Simonetta Cesaroni si cerca ancora un colpevole. L’ex comandante del Ris ribadisce la forza degli elementi emersi dalle perizie scientifiche contro l’ex fidanzato: "La partita è aperta, ma per ora l’accusa è in vantaggio"

di Cristina Bassi

Il processo davanti alla Corte d’assise di Roma riprenderà a ottobre, ma il 7 agosto saranno in molti a pensare all’omicidio di Simonetta Cesaroni. Dal giorno del delitto di via Poma sono passati vent’anni e la giustizia cerca ancora un colpevole. Non è facile dire se alla fine del dibattimento si arriverà a stabilire chi ha ucciso la ventenne romana con trenta coltellate, lasciandola seminuda sul pavimento degli uffici dell’associazione degli ostelli della gioventù, al terzo piano del palazzo. La scena del crimine è stata accuratamente pulita, il sangue lavato con alcuni stracci. Ma nel 2007, a 17 anni dall’omicidio, sono arrivati la svolta nelle indagini, grazie a una perizia scientifica del Ris, e il conseguente rinvio a giudizio di Raniero Busco, ex fidanzato della vittima.

La difesa dell'imputato punta a dimostrare la totale estraneità al delitto. Contestando prima di tutto i metodi utilizzati dai consulenti scientifici e sostenendo che l’uomo è stato incastrato sulla base di mezze prove, reperti contaminati fra loro e tesi contraddittorie. Che inoltre Busco ha un alibi per il giorno dell’omicidio: stava riparando un’auto in garage e alcune persone lo avrebbero visto lì. Che i raffronti sul morso sul seno di Simonetta sono stati fatti da una fotografia del cadavere e che quindi non sono sufficienti a dimostrare se si è trattato di un episodio di violenza prima dell’uccisione oppure di un atto durante un rapporto consensuale. I due erano fidanzati, sottolinea la difesa, è quindi normale che su Simonetta ci fossero tracce organiche di Busco. Ancora: l’uomo non aveva ferite addosso subito dopo il delitto, l’assassino avrebbe usato la mano sinistra e Busco non è mancino. Per il difensore Paolo Loria, il colpevole è invece una persona che frequentava abitualmente il palazzo di via Poma, che sapeva come muoversi e ha potuto pulire perfettamente la scena del crimine.

Luciano Garofano, allora comandante del reparto scientifico dei carabinieri, ribadisce la validità delle prove raccolte sul luogo del delitto e delle conclusioni che gli esperti hanno descritto anche in aula. Da quelle indagini del Ris sono passati anni, Garofano nel 2009 ha lasciato l’Arma. Come comandante del reparto di Parma si è occupato del delitto di Cogne, dell’omicidio di Tommaso Onofri, di quello dei coniugi Donegani, del giallo di Garlasco, della strage di Erba. Via Poma però rimane uno dei casi più complessi della sua carriera di investigatore.

Generale Garofano, com’è andata in occasione della riapertura del caso?
Già nel 2004 il pm Roberto Cavallone decise di riaprire le indagini e ci consultò per capire se esistevano reperti e tracce ancora da analizzare. Nel 1990 le tecniche di analisi del Dna non erano quelle di oggi, ma negli ultimi anni hanno fatto passi da gigante e la speranza del magistrato era che utilizzando queste nuove metodologie emergessero prove fino ad allora nascoste. In effetti le tracce da rianalizzare erano molte. Abbiamo riesaminato diversi reperti, come i calzini di Simonetta Cesaroni, le chiavi dell’ufficio, un fermacarte, il vetro dell’ascensore.

Le vostre attese furono soddisfatte?
Sì, da un fatto inaspettato. Due reperti non erano stati analizzati né toccati: il reggiseno e il corpetto che la vittima indossava quando fu trovata. Erano imbrattati di sangue e gli investigatori della prima ora ipotizzarono che l’unico materiale organico presente fosse della ragazza. Grazie alle nuove tecniche di analisi scientifiche invece abbiamo isolato un profilo genetico maschile ignoto, una traccia presente sulla parte sinistra di entrambi gli indumenti. Chiedemmo quindi i prelievi di materiale organico per il confronto con tutti gli uomini che frequentavano Simonetta, amici, conoscenti, colleghi e naturalmente il fidanzato e gli indagati del periodo subito dopo l’omicidio. Il Dna risultò appartenere a Busco.

In una recente intervista a Sette Raniero Busco ha contestato le vostre conclusioni. Secondo lui intanto non è sicuro che la traccia trovata sui vestiti di Simonetta sia saliva, potrebbe invece essere sudore.

Quelli raccolti sono dati scientifici, sarà il processo a stabilire se, combinati con altri elementi d’indagine altrettanto importanti come testimonianze, alibi, abitudini e comportamenti delle persone coinvolte, possono portare a stabilire una responsabilità. Si tratta in ogni caso di elementi importanti. La traccia che abbiamo trovato è molto probabilmente di saliva, non ne abbiamo la certezza assoluta, perché è passato troppo tempo dai fatti e il reperto è in parte deteriorato. Tuttavia la nostra è un’ipotesi molto verosimile e logicamente accettabile.

Perché ne è così sicuro?
Prima di tutto per la quantità di Dna trovato, che è rilevante: la saliva ne contiene molto di più del sudore. Poi perché sul corpo di Simonetta è stato trovato il segno di un morso, proprio in corrispondenza della traccia organica che abbiamo analizzato. Il morso è stato dato durante l’aggressione, nelle fasi precedenti all’omicidio. E i consulenti della procura hanno stabilito che l’impronta dentale è quella di Busco. Infine le sperimentazioni che abbiamo fatto dimostrano che il sudore va via dai tessuti dopo poco tempo, mentre la saliva persiste molto di più.

Busco fa notare anche che il reggiseno è stato conservato in un contenitore non sigillato.
Lo trovo ininfluente. Il reggiseno può anche essere stato contaminato, ma ciò non toglie che sopra c’era il Dna di Busco. Tocca ai consulenti della difesa giustificarne l’esistenza, spiegare come la sua saliva è finita lì, nel punto del morso. L’imputato dovrebbe spiegare se e quando c’è stato un approccio intimo e il processo stabilirà se questo fatto è compatibile con i rilievi scientifici.

La sua fiducia nelle analisi scientifiche non teme smentite.
La validità degli elementi che abbiamo raccolto è forte e sono convinto che l’impronta del morso insieme alle tracce di Dna dell’imputato siano prove molto importanti. Nei cosiddetti cold case il colpo di scena che permette di riaprirli arriva praticamente sempre dai rilievi scientifici, che diventano fondamentali. Nessun colpevole infatti confessa dopo averla fatta franca per decenni. Tuttavia voglio sottolineare che questi elementi non possono prescindere dagli altri aspetti dell’inchiesta e del processo. Solo la corte, dopo il necessario contraddittorio, potrà dire se i reperti scientifici sono tali da stabilire chi è il colpevole.

Che speranze ci sono che si arrivi a una condanna per questo delitto?
Personalmente rimango ancorato ai dati. Bisogna scoprire cosa sosterrà la difesa a proposito dei risultati delle nostre analisi, quali saranno le risposte alle nostre prove. Non posso sapere come andrà a finire, ma posso dire che non si è arrivati a formulare l’accusa e al rinvio a giudizio solo sulla base alle prove scientifiche. Il processo è ancora aperto, anche se per ora l’accusa è in vantaggio.

Nella sua intervista a Sette, Renato Busco aggiunge altri elementi. Sostiene di non avere avuto un movente per uccidere la fidanzata, anche se il loro rapporto era travagliato. Ipotizza che il vero assassino abbia spinto al suicidio Pietrino Vanacore, l’ex portiere dello stabile che in un primo momento fu sospettato dell’omicidio, morto annegato pochi mesi fa. E fa notare un dettaglio: il datore di lavoro di Simonetta, Salvatore Volponi, dopo aver visto il cadavere si lasciò sfuggire un «oddio... Bastardo». A chi si riferiva? «Non a me, visto che non mi conosceva», dice Busco.

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