Dottor Google? C'è poco da fidarsi

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Uno studio ha esaminato le risposte dei motori di ricerca ad alcune comuni patologie. Le informazioni ottenute sono spesso inaccurate, di parte e causa di “cybercondria”. Si salvano solo i siti no-profit

di Carola Frediani

Mai prendere per oro colato i risultati di un motore di ricerca. Una regola che dovrebbe essere sempre valida, soprattutto se si stanno cercando informazioni mediche. Perché quanto appare anche tra i primi link di un search engine potrebbe essere incompleto oltre che distorto da interessi commerciali.

È quanto afferma uno studio - pubblicato nell'edizione di luglio del Journal of Bone and Joint Surgery - che ha esaminato i primi dieci risultati su Google e Yahoo! per una serie di comuni problemi di medicina sportiva. In pratica i ricercatori hanno immesso nel campo di ricerca frasi come "gomito del tennista", "rottura del legamento crociato anteriore", "rottura del menisco", analizzando le diagnosi e le indicazioni che ne venivano fuori in quanto a completezza, chiarezza e precisione.

Emerge un quadro contrastante: se da un lato i siti no-profit (e a seguire le pagine accademiche) hanno ottenuto il punteggio migliore da parte dei ricercatori soddisfacendo tutti i requisiti, i contenuti meno accurati provenivano da articoli giornalistici e blog. Mentre le informazioni rinvenute su siti con interessi commerciali, magari promossi da una casa farmaceutica, erano spesso incomplete.

Tra l'altro, come ha dichiarato Madhav A. Karunakar, uno degli autori dello studio e chirurgo ortopedico nella Carolina del Nord, "il 20 per cento dei siti che si piazzano nella top ten sono sponsorizzati da un'azienda. Poiché i loro proprietari sono interessati a spingere il proprio prodotto, possono contenere informazioni di parte.
Inoltre questo genere di siti raramente menziona i rischi o le complicazioni associati alla medicina raccomandata". Pertanto lo studio mette in guardia i cybernauti dai siti commerciali, con qualche eccezione per i più rinomati come eMedicine o WebMd in America; sebbene pure i media e le pagine personali non facciano una bella figura.

Uno dei rischi più comuni di un'esplorazione superficiale del web a fini di automedicazione è quello di esagerare o aggravare la propria condizione. Un banale mal di testa magari indotto da stress viene preso per il sintomo di un tumore; un dolore al petto viene subito associato a un infarto.

Di una deriva dei navigatori verso la cyberchondria - dall'inglese cyber e hypochondria, versione aggiornata e potenziata del sempreverde malato immaginario - aveva parlato già nel 2008 Microsoft, studiando i risultati del proprio motore di ricerca (all'epoca Live Search) e il comportamento online di un campione dei propri impiegati nel momento in cui cercavano informazioni sanitarie. La diagnosi era impietosa: "L'inaffidabilità delle fonti web e dei contenuti delle pagine trovate dai motori contribuiscono ad accrescere l'ansia in tre persone su dieci".

Tuttavia è innegabile il contributo anche positivo dato dalla Rete nell'ampliare le informazioni e le opzioni a disposizione dei pazienti. Tempo fa Scott Adams, autore della striscia a fumetti Dilbert, aveva raccontato online come una ricerca su Google lo avesse aiutato a risolvere un suo problema di salute. Del resto, lo riconosce anche Karunakar: “Malgrado i suoi limiti, internet rappresenta il futuro poi prendere decisioni sulla propria salute”. Saper valutare la qualità di una fonte diventa dunque sempre più fondamentale.

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