Maturità, Omar Pedrini: "Musica compagna di vita, perBacco!"

1' di lettura

L’artista, uscito da poco con l’album La Capanna dello zio Rock, svolge in esclusiva per SKY.it la prova d'esame. Amante della terra e del buon vino, ha firmato con una poesia la Barbera Montebruna di Braida. La sua visione dell’arte è totale. IL TEMA

VAI ALLO SPECIALE SCUOLA

Maturità 2010: guarda le foto
Gli studenti chiedono aiuto al web. In diretta

di Omar Pedrini


La traccia (QUI TUTTE LE ALTRE): "La Musica, diceva Aristotele, non va praticata per un unico tipo di beneficio che da essa può derivare, ma per usi molteplici, poichè può servire per l'educazione, per procurare la catarsi e in terzo luogo per ricreazione, il sollievo e il riposo dallo sforzo. Il candidato si soffermi sulla funzione, sugli scopi e sugli usi della musica nella società contemporanea. Se lo ritiene opportuno, può fare riferimento anche a sue esperienze di pratica e/o ascolto musicale".

Ho sempre immaginato l’arte come la più pura delle acque, nella forma di un ghiacciaio che cela e protegge le varie forme di espressione dell’animo umano. Scendendo a valle l’azzurro liquido diventa un fiume roboante e impetuoso che vuole raggiungere gli uomini: nel suo viaggio si divide in torrenti, canali, rigagnoli trasformandosi in diverse discipline ai quali daremo il nome di pittura, teatro, poesia, scultura, danza, prosa.

E la musica? Probabilmente quest’ultima è la parte più aerea delle acque, proprio quel vapore che nell’impeto della discesa si separa dal letto del fiume e ascende verso il cielo cercando forse di raggiungere l’impalpabile materia della quale sono composti gli infiniti spazi. Nel percorso il sole talvolta la frantuma in minuscole gocce, ora la fa diventare vapore, energia: proprio la musica infatti è l’arte dall’aspetto più immateriale, invisibile, composta di energia pura che ci raggiunge come un’onda che si espande attraverso atomi e molecole dell’aria. In questo mistero forse si nasconde il fascino che la musica ha sull’uomo: dall’anima dell’artista (o attraverso l’artista) invade direttamente il nostro cuore, i nostri centri emozionali. È difficile quindi razionalizzare il “come” ci arriva, ma quando accade proprio per la sua natura ci è difficile difenderci e possiamo mostrare commozione o disgusto, voglia di muoverci o di fuggirne ma raramente ne siamo indifferenti.

Dall’antichità l’uomo si diverte con la musica, all’inizio soprattutto in forma percussiva, poi nel divenire dei tempi l’ingegno dei nostri avi ha creato veri e propri strumenti musicali. Dal semplice flauto di Pan alla cetra che accompagnava gli aedi durante i baccanali e le riunioni conviviali in attesa che Dio Bacco trasformasse gli antichi cantori (rapsodi) e i suonatori di cetra in performer che oggi assomiglierebbero agli interpreti rap-metal in preda a Dioniso e che comunque hanno trasportato le storie dell’epoca fino a noi. È infatti grazie alla tradizione orale che tante storie e umani avvenimenti sono arrivati fino a noi. Questa è forse la funzione storica che ha avuto la musica nelle umane vicende. Emozionare e trasferire, anche attraverso i tempi emozioni e storie (talvolta informazioni) di generazione in generazione.

Pensiamo alla musica popolare, quella che molti definiscono folk: storie di contadini, di innamorati, di santi e di re arrivate fino a noi grazie alle parole cantate con la sola melodia (spesso a cappella) intorno a un fuoco la sera nella civiltà contadina. Meriterebbe un’analisi a parte l’uso dei dialetti in queste forme di aggregazione. Per quanto riguarda la ricreazione, in tempi più recenti, come non pensare a tutti quegli artisti che durante le guerre moderne raggiungono le truppe americane per tenere concerti rock? E come non ensare immediatamente a quel comandante nel capolavoro di Francis Ford Coppola “Apocalipse Now” faceva bombardare i vietnamiti con lo stesso Wagner amato da Nietsche, nelle incursioni aeree del mattino?

Oggi la musica in qualche modo assolve a tutte queste funzioni e nessuna. Abbiamo ormai l’abitudine all’ascolto di musica ovunque e qualcuno come Brian Eno ha addirittura composto musiche per aeroporti, musiche per supermercati che tenessero compagnia alle massaie durante la spesa quotidiana. L’aggregazione di massa che possiamo evidenziare ai grandi eventi rock è qualcosa che sfugge anche alle logiche scientifiche e che si avvicina forse alle danze tribali, agli eventi ancestrali dove il pubblico è il paziente e il cantante lo sciamano.
La funzione però che vorrei evidenziare ora è il ruolo imprevisto che la musica dagli anni Settanta (forse dal concerto per lo Sri Lanka organizzato dai Beatles) ad oggi ha svolto in campo sociale: gli artisti si scoprono sempre più benefattori, divenuti tanto visibili (forse sovraesposti?) nella loro munificenza da relegare i rappresentanti del “terzo settore” e persino della classe politica ad un ruolo vicario, quando non addirittura marginale, nel balletto delle opere di bene.

Guarda anche:
In vino e musica veritas

Leggi tutto