In Italia troppi scali inutili: in arrivo il piano nazionale

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Nel nostro Paese ci sono 48 aeroporti aperti al traffico civile. Tra cui Biella che, in un anno, ha contato 18 viaggiatori. 25 strutture non superano i 700 mila passeggeri. Il Ministero delle infrastrutture, insieme all’Enac, ha deciso di dare un taglio

di Valeria Valeriano

Quarantotto scali aperti al traffico commerciale. La metà non riescono a raggiungere i 700 mila viaggiatori all’anno. Solo diciassette hanno una variazione positiva rispetto al 2008. In appena due regioni su venti non ce n'è almeno uno. In quello di Biella, nel 2009, sono passati diciotto passeggeri. Benvenuti nell’Italia degli aeroporti inutili. Tra poco, però, potrebbe arrivare l’ora della razionalizzazione. Il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, insieme all’Enac, sta elaborando un piano aeroportuale nazionale. Un programma che, dopo l’espansione caotica di questi anni, garantisca uno sviluppo ordinato della rete italiana. Lo studio dovrebbe servire da un lato a valutare le esigenze di potenziamento degli scali esistenti, dall’altro la fondatezza delle proposte di costruzione che continuano ad arrivare.

A puntare il dito contro il numero “eccessivo” di scali nel nostro Paese, anche la IX Commissione permanente (trasporti, poste e telecomunicazioni) della Camera. Che ha disposto un’indagine conoscitiva per “individuare le criticità del sistema e definire adeguate linee di intervento, anche a livello legislativo”. “In Italia? Troppi microaeroporti con poco traffico”. Era il 17 febbraio 2010 e questa è la conclusione a cui era arrivata. Dopo quarantuno audizioni durante le quali è stato ricostruito il quadro completo della situazione. Quello che è emerso dall’analisi è un apparato aeroportuale “diffuso ma debole”. Quattro mesi più tardi, le valutazioni della Commissione trovano conferma anche nei dati di traffico degli scali italiani forniti dall’Enac. L’Ente nazionale per l’aviazione civile stila, in base ai numeri del 2009, la classifica dei 48 aeroporti. Da Fiumicino, primo per passeggeri e movimenti, ad Aosta, Vicenza e Tortolì, ultimi con valori pari a zero, chiusi o sui quali non sono disponibili dati. In totale i viaggiatori sono stati poco meno di 130 milioni. In calo rispetto all’anno precedente del 2,3 per cento. Più della metà del traffico, circa 70 milioni di passeggeri, si concentra sui sistemi aeroportuali di Roma (Fiumicino e Ciampino) e Milano (Linate, Malpensa e Bergamo). I primi dieci scali coprono il 75,5 percento del totale delle persone trasportate. I primi venti quasi il 95 percento. Gli altri ventotto hanno un’incidenza sul totale sotto l’1 percento.

“L’Italia – sentenziava l’indagine – non ha bisogno di un maggior numero di scali, ma di aeroporti più grandi, più efficienti e meglio connessi al territorio”. La nostra Penisola, infatti, non ha hub (né per il trasporto si passeggeri né di merci) o strutture di dimensioni simili a quelle di altri stati europei. Come Londra-Heathrow, Parigi-Charles de Gaulle, Francoforte-Meno, Madrid-Barajas. “Nel nostro Paese – si legge nel documento conclusivo approvato dalla Commissione – c’è stata una proliferazione di aeroporti avvenuta in assenza di una programmazione nazionale capace di individuare una strategia coerente di sviluppo”. La liberalizzazione del settore, effetto della normativa europea, ha portato ad un’espansione disordinata, autonoma. Alla mancanza di pianificazione si aggiunge la sovrapposizione, tra Stato e regioni, delle competenze istituzionali. Risultato? Risorse pubbliche sprecate per i microscali quando potrebbero essere utilizzate per potenziare altri aeroporti. “Si tratta – spiega la IX Commissione – non solo delle ingenti risorse che i soggetti pubblici investono nella costruzione delle strutture, ma anche dei successivi costi di gestione”. Spese fisse (ad esempio per i controllori del traffico aereo, le forze dell’ordine, il personale della dogana e delle ispezioni di sicurezza) a carico della collettività. Soldi di tutti che, avverte l’indagine, “non hanno giustificazione se l’aeroporto non ha volumi di traffico adeguati”. Altra conseguenza dell’assenza di un progetto nazionale è la “concorrenza deleteria”: gli scali, spesso troppo vicini, faticano a svilupparsi e a raggiungere dimensioni significative.

Come se non bastassero quelli esistenti, c’è anche chi pensa ad altri aeroporti. “Si assiste – svela la Commissione – a molteplici iniziative volte alla costruzione di nuovi scali per i quali è difficile immaginare un bacino di utenza adeguato”. Succede in Calabria. Nella regione ci sono già tre aeroporti: a Crotone, a Reggio Calabria e a Lamezia Terme. Il primo, nel 2009, ha registrato poco più di 50 mila passeggeri e un calo del 42,1 percento rispetto all’anno precedente. Il secondo meno di 500 mila viaggiatori (-8,9 %). L’ultimo è l’unico in attivo, con oltre un milione e mezzo di passeggeri e un più 9,1 percento rispetto al 2008. Nonostante questi numeri è stato presentato un progetto per uno scalo nella Piani di Sibari. “Perché anche la provincia di Cosenza deve avere un aeroporto”, è la spiegazione più gettonata. Discorso simile per il Lazio. Si pensava ad un terzo scalo su cui dirottare soprattutto i voli low cost. Dopo anni di “lotta” tra Viterbo e Frosinone per accaparrarsi la struttura, ecco la soluzione tipicamente all’italiana prospettata da qualcuno: due aeroporti, uno per ogni città.

“Si potrebbe prevedere che, in caso di nuovi scali che non rientrano in una programmazione condivisa tra Stato e regione interessata, i costi dei servizi siano a carico del soggetto che gestirà la struttura”, ha proposto la Commissione. Che si è spinta oltre: “È necessaria una programmazione dello sviluppo della rete”. Un piano aeroportuale nazionale, appunto. Grazie al quale “la realizzazione e l’ubicazione delle nuove strutture – si spiega nell’indagine conoscitiva – si baserà su analisi approfondite delle dimensioni del traffico aereo e del numero di passeggeri che queste potranno attrarre. Si terrà conto dei collegamenti con gli altri mezzi di trasporto e degli scali già in funzione”.

Secondo la Commissione, gli aeroporti andrebbero “giudicati” proprio in base al traffico di passeggeri. Quelli che superano i 5 milioni diventano di interesse nazionale. Si tratta di strutture alle quali si applica la normativa comunitaria in materia di diritti aeroportuali e sulle quali dovrebbero concentrarsi le risorse pubbliche. In base ai dati Enac, al momento sarebbero sette. Per gli scali con un numero di viaggiatori compreso tra 1 e 5 milioni potrebbero essere liberalizzate, entro certi limiti, le tariffe. In questo modo, tra le sedici attualmente in questa fascia intermedia, riuscirebbero ad affermarsi solo le strutture più efficienti e meglio gestite. E i 25 aeroporti, alcuni nati su spinta elettorale, che non raggiungono il milione di passeggeri annui? Sopravviveranno solo in due casi: o continueranno ad avere finanziamenti pubblici perché essenziali (si pensi alle isole), o si manterranno sulle proprie gambe. Chi non ce la fa verrà escluso dal traffico commerciale. Alcuni di questi scali potrebbero essere dedicati al trasporto di merci, altri all’aviazione generale e d’affari (ultraleggeri ed elicotteri, ad esempio).

Verrebbero risparmiate, così, importanti risorse. Che potrebbero essere impiegate per migliorare i collegamenti tra gli aeroporti di interesse nazionale e il territorio. L’indagine conoscitiva ha evidenziato, infatti, l’esigenza di un “raccordo tra programmazione aeroportuale e programmazione delle infrastrutture di trasporto”. È emerso che nessuno degli scali italiani è collegato alla città dalla metropolitana o dall’alta velocità. Solo pochi hanno previsto una stazione ferroviaria interna. Forse è anche per queste difficoltà che “la propensione al volo, misurata sulla base del numero di voli effettuati in un anno per abitante, in Italia è notevolmente inferiore alla media europea”.
È necessario, inoltre, migliorare “le infrastrutture aeroportuali in senso stretto”. Per contenere i costi si potrebbe ragionare, dice la Commissione, su scali low cost: aeroporti pensati come strutture di flusso, dove il passeggero rimane il minor tempo possibile e ha soltanto i servizi essenziali. Gli aeroporti più grandi, invece, dovrebbero fornire “servizi di qualità più che soddisfacente”. “Bisogna che tutti gli scali – si legge nel documento conclusivo dell’indagine – presentino un aspetto decoroso. Infondo forniscono, soprattutto ai turisti, la prima e l’ultima immagine delle nostre città e del nostro Paese”. Le impressioni che, si sa, rimangono più impresse.

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