L’Aquila, “riflettori accesi per evitare un’altra Pompei”

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E’ l’appello del sindaco Massimo Cialente, che ha invitato i media nazionali nel capoluogo abruzzese per far vedere a tutti che la ricostruzione non è neanche iniziata. “Non c’è tempo da perdere, siamo in ritardo di tre mesi e mezzo”

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Le strade del centro storico de L’Aquila sono deserte e un silenzio inquietante accoglie i giornalisti delle testate di tutta Italia che sono stati invitati dal sindaco della città, Massimo Cialente, perché vedano con i loro occhi come la ricostruzione non sia ancora neppure cominciata.

Il corteo che segue il sindaco è numeroso: un centinaio di persone, tra giornalisti, cameramen e fotografi, tutti con il caschetto perché il pericolo che qualche calcinaccio cada sulla testa di qualcuno è reale. Cialente guida la comitiva snocciolando dati e cifre a non finire, ma sempre per ritornare ad un punto: ci vogliono soldi per far partire la ricostruzione. "Se invece si vuole che questa città rimanga come Pompei, lo si dica", afferma il sindaco indicando con un ampio gesto del braccio uno dei tanti palazzi diroccati.

Ma Cialente oggi non vuole fare polemiche. Sorvola quando qualcuno gli fa notare l'assenza del Tg1 e di Mediaset, e non lesina apprezzamenti per la "grande mobilitazione del governo, della Protezione Civile e di tutta Italia" che si è avuta subito dopo il sisma. "Grazie a quella mobilitazione - sottolinea - si è salvata la popolazione. Ora è necessaria la ricostruzione se vogliamo salvare anche la città ". "E in questa fase - aggiunge - la Protezione Civile non c'entra niente. Non c'è nessuna polemica con loro". Il sindaco sembra piuttosto preoccupato di non perdere altro tempo ("siamo in ritardo di tre mesi e mezzo"), e la questione è sempre la stessa: occorrono soldi, tanti e presto. "Facendo un calcolo spannometrico - quantifica Cialente - per il solo centro storico occorrono nove miliardi di euro".

A dimostrazione che non c'è altro tempo da perdere, il corteo di giornalisti viene fatto passare vicino a stradine colorate di verde dall'erba. La vegetazione sta già ricoprendo le macerie e mina anche le strutture che hanno resistito al sisma. Il corteo gira per le strade di questo centro spettrale, e per ragioni di sicurezza il tour si limita alle zone più sicure, dove il grosso delle macerie è stato portato via e i palazzi sono stati ingabbiati con le impalcature. Tutti i negozi, ovviamente, sono chiusi. "E ogni bottega - sottolinea il sindaco - è il reddito di una famiglia". E invece, non solo non ci sono soldi per la ricostruzione, ma ai cittadini aquilani si chiede di tornare a pagare tasse e contributi, compresi gli arretrati dell'anno passato. E' stato calcolato, spiega il sindaco, che solo per pagare quanto dovuto all'Inps, il mese prossimo di una busta paga di 2.000 euro al lavoratore ne resterebbero 200.

La richiesta degli aquilani è invece quella di essere trattati ne' più e ne' meno come lo furono le altre popolazioni colpite dal terremoto in Friuli, in Umbria, nelle Marche. "Qui si deve decidere se finanziare la ricostruzione e dare un po' di fiato per le tasse, oppure fare il contrario": è la scelta retorica che pone Cialente, che aggiunge: "E' questo non è un problema dei soli aquilani, ma di tutta l'Italia. Dovrebbe scattare l'orgoglio nazionale per ricostruire questa città, che è un pezzo importante di storia d'Italia". E lo strumento, per il sindaco, potrebbe essere una tassa finalizzata alla ricostruzione, "così come si è sempre fatto in passato per casi analoghi".

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