Ecco chi ci intercetta. E perché si lamenta

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Le aziende che lavorano per le procure contestano la legge bavaglio e rivelano: noi spioni? Macché, forniamo gli strumenti ma non ascoltiamo nulla. Senza contare che lo Stato non paga mai le centinaia di milioni che ci deve ogni anno

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di Cristina Bassi

“Le aziende che effettuano le intercettazioni minacciano di staccare la spina? È una buona notizia”. Tradotto: i politici, di destra e di sinistra, non amano la registrazione delle telefonate a fini di indagine. O almeno così la pensano i titolari delle aziende che forniscono questo servizio alle procure. Per capire il loro punto di vista, bisogna fare un passo indietro di alcuni mesi. Ottobre 2008: le maggiori società che affittano le apparecchiature per le intercettazioni telefoniche e ambientali minacciano lo sciopero. I debiti delle procure, cioè del Ministero della Giustizia, nei confronti del settore (un centinaio di aziende, con 2.500 dipendenti) ammontano a quasi 500 milioni di euro, per ammissione dello stesso ministro Alfano, i ritardi nei pagamenti sono tra i 550 e i 700 giorni, le fatture accumulate risalgono al 2003. Molte delle società, tra cui le principali (Area, Innova, Resaerch control system e Sio, che da sole rappresentano circa il 70% del mercato delle telefoniche), incassano ogni anno solo il 5-8 per cento di ciò che fatturano. Hanno come unico cliente lo Stato e vantano crediti che in alcuni casi arrivano al doppio del proprio fatturato annuo. Sono quindi a loro volta pesantemente indebitate con le banche.

Nella primavera del 2009 la convocazione al ministero delle quattro principali aziende porta a un accordo che tampona la crisi. Ma la battuta sul minacciato sciopero da parte di uno dei politici presenti alle riunioni rende l’idea degli umori delle parti in causa. Il responsabile di uno dei maggiori operatori del settore dice la sua a proposito della tanto discussa legge in via di approvazione: “Non è un caso che per giustificare la misura, il governo definisca le intercettazioni ‘eccessive’ e i costi di questo strumento ‘fuori controllo’, usando le cifre in modo strumentale. Si fa riferimento di continuo agli abusi sulla divulgazione di alcune registrazioni e ai milioni di euro che noi chiediamo. Lo scopo è mettere in cattiva luce davanti all’opinione pubblica le intercettazioni tout court”.

Si tratta di una voce di parte, certo. Ma aiuta, insieme a quella di magistrati, giornalisti, forze dell’ordine, a capire meglio i termini della questione. Anche perché i numeri raccolti dai fornitori provengono dalle fatture e non dai discorsi politici. Per scongiurare lo sciopero, Alfano istituisce un’Unità di monitoraggio per le intercettazioni (Umi), decide di scorporare dalla generica voce “spese di giustizia” (la numero 1360) un apposito capitolo, il 1363, riferito alle sole intercettazioni e soprattutto trova cento milioni per pagare le aziende. Le società, pur di recuperare un po’ di soldi, rinunciano al 10 per cento di quello che gli spetta e agli interessi maturati e da maturare. Altri 180 milioni saranno stanziati per il 2010, ma la contabilità dei fornitori, a causa dei lavori fatturati nel frattempo e dei vecchi debiti non coperti dagli stanziamenti, oggi è più o meno la stessa dell’aprile 2009. E nonostante Alfano abbia dichiarato di aver “estinto definitivamente” il debito. “Quest’anno – continua il fornitore – ho incassato il 40-45 in meno rispetto allo scorso, pur avendo fatturato agli stessi livelli. E con la nuova legge prevedo una diminuzione del lavoro del 20-30 per cento”.

Anche le società più piccole, riunite nell’Associazione italiana per le intercettazioni legali e l’Intelligence (Iliia), sono contro il provvedimento, che “piega le gambe a centinaia di piccole e medie imprese, espressioni del miglior made in Italy”, ha dichiarato Walter Nicolotti, presidente dell’associazione. “Il nostro lavoro – ha aggiunto – richiede impegno, professionalità ed una buona dose di rischio. Lo Stato dovrebbe tenere in alta considerazione le realtà imprenditoriali di questo comparto per il lavoro che svolgono quotidianamente ma nonostante tutto il debito contratto negli anni per le intercettazioni dal ministero della Giustizia sia di 500 milioni di euro, con fatture risalenti anche al 2003. Le numerose imprese del settore intercettazioni, se la situazione non cambierà, saranno costrette a cessare la propria attività e quindi a sospendere il prezioso servizio a supporto delle investigazioni, con prevedibili ripercussioni sulla lotta alla criminalità”.

Che ridurre le intercettazioni significhi usare armi spuntate contro la criminalità, per gli operatori del settore è persino banale. E a chi crede che manager e dipendenti di queste aziende dispongono di un potere di controllo occulto e pericoloso, mostrano i propri uffici. Sono tappezzati di ringraziamenti da parte di funzionari e ufficiali delle forze dell’ordine per il contributo dato alla cattura di latitanti e alla riuscita delle indagini. Non c’è traccia però di liste di numeri di cellulare privati né di persone con le cuffie alle orecchie. “I nostri macchinari, server e singoli terminali – spiega un manager – sono ceduti in affitto alle procure e installati nelle sedi centrali e nelle sedi periferiche delle forze dell’ordine. Dove la polizia giudiziaria effettua materialmente l’ascolto, la registrazione e la trascrizione delle conversazioni. Noi riceviamo l’ordine dei magistrati di attivare e disattivare un terminale d’ascolto, è come aprire e chiudere un rubinetto, ma non sappiamo chi è il soggetto intercettato. Per assurdo, se ascoltassero me con una mia macchina, neppure lo saprei”.

È naturale che i dipendenti e i dirigenti delle società che forniscono, e a volte producono in proprio, le costosissime apparecchiature possano accedere alle registrazioni. Anche perché effettuano periodicamente la manutenzione presso i centri d’ascolto. “Ogni accesso – continua l’operatore – è comunque loggato e tracciato. Non mi sognerei di trafugare un file, mettendo a rischio i miei affari. Ma anche nel caso in cui volessi farlo, come potrei pescare una telefonata interessante tra le migliaia di ore di registrazione che le mie apparecchiature raccolgono ogni giorno?”. Una domanda che forse apre nuovi dubbi sulla vicenda della Rcs (Research control system), il cui amministratore avrebbe passato sottobanco alla famiglia Berlusconi un file audio con l’ormai celebre conversazione tra Piero Fassino e Gianni Consorte.

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