Amnesty Italia, 13 attori in mostra contro la pena di morte

Sabrina Impacciatore e Giulia Michelini posano contro la pena di morte per la mostra di Amnesty "La camera scura"
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Almeno 714 condanne capitali effettuate nel 2009. Ma migliaia di esecuzioni restano segrete. Troy Davis è una delle 3.000 persone che aspettano di essere uccise negli Usa. A Roma, dall’8 giugno, 12 foto contro gli "omicidi di Stato". Guarda la fotogallery

di Valeria Valeriano

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Ogni giorno, nel mondo, una persona viene messa a morte. Lapidazione, fucilazione, impiccagione, sedia elettrica, iniezione. Sono solo alcuni dei metodi usati per eseguire le condanne. O “gli omicidi di Stato”, per usare le parole di Amnesty International. Secondo l’organizzazione per i diritti umani che si batte per l’abolizione della pena capitale, l’anno scorso sono stati messi a morte almeno 714 individui. I dati, però, non tengono conto delle migliaia di esecuzioni avvenute nei Paesi dove queste informazioni rimangono un segreto di stato. La Cina, ad esempio. Nessuno tocchi Caino, altra associazione internazionale contro la pena capitale, stima che lì nel 2008 ne siano state effettuate almeno 5.000. Numeri opposti per l’Europa: per la prima volta da quando le organizzazioni registrano i casi, nel 2009 non ci sono state esecuzioni. Nel 2010, invece, la Bielorussia ha già ucciso due persone.

In Italia l’ultima condanna capitale risale al 1947. Tre uomini, accusati della strage di Villarbasse, furono fucilati a Torino. “Sono contro la pena di morte perché…” è un progetto promosso dalla sezione italiana di Amnesty. “L’obiettivo – spiegano – è quello di mantenere alta, anche nel nostro Paese, la consapevolezza sulla brutalità delle esecuzioni”. Per raggiungerlo coinvolgono personaggi del mondo dell’arte o dello spettacolo e utilizzano diverse forme di espressione. L’ultima iniziativa è “La camera scura”. Una mostra fotografica, a ingresso libero, per cui hanno posato tredici attrici e attori italiani. Luca Argentero, Filippo Nigro, Carolina Crescentini, Lara Okwe, Primo Reggiani e Gian Marco Tognazzi, solo per fare alcuni nomi. Ognuno di loro interpreta un condannato a morte, racconta una storia o affronta un aspetto legato alla pena capitale. Sabrina Impacciatore e Giulia Michelini, ad esempio, rappresentano le persone discriminate per il proprio orientamento sessuale. “In almeno sette paesi del mondo – si legge sul pannello che affianca la foto – una relazione consensuale tra individui dello stesso sesso costituisce reato da punire con la morte”. Dino Santoro, invece, sposta l’attenzione sulle condanne capitali ai malati di mente. Accanto al suo scatto c’è il racconto della vicenda di Scott Panetti. Nel 1992, in preda ad un’allucinazione sonora, ha ucciso i suoceri. Prima di commettere gli omicidi era stato ricoverato in diversi istituti. La sua lunga storia di malattia mentale include la schizofrenia. Nonostante questo gli è stato permesso di rinunciare ad un avvocato e di difendersi da solo. “Durante il processo – recita il pannello – ha indossato abiti da cowboy e ha citato come testimoni, tra gli altri, Gesù Cristo e John Fitzgerald Kennedy. Scott Panetti è stato condannato a morte nel 1995”. Filo conduttore della mostra è lo stencil: disegni stilizzati, creati con una maschera di cartone e una bomboletta spray, posti sul muro delle celle. I dodici scatti, al Palazzo delle Esposizioni di Roma dall’8 al 20 giugno, sono di Angelo Di Pietro. L’iniziativa, sotto la direzione artistica di Mario Vaglio, è realizzata con il contributo dello Ied (Istituto europeo di design), dell’Ue e delle Regioni Toscana e Campania.

La camera scura” è anche l’occasione, per Amnesty Italia, di lanciare nel nostro Paese la mobilitazione per salvare la vita a Troy Davis. Ha 42 anni e dal 1991 è nel braccio della morte della Georgia. È accusato dell’omicidio di un agente di polizia avvenuto nel 1989. “Non c’è un corpo del reato che lo colleghi al crimine – spiega Amnesty – e su nove testimoni oculari, sette hanno ritrattato le loro dichiarazioni o si sono contraddetti, uno è l’altro sospettato, l’ultimo è sicuro solo del colore della maglietta”. Il 23 giugno ci sarà un’udienza per ascoltare ulteriori testimonianze e valutare nuove prove. Davis è stato ad un passo dalla fine per tre volte. Una di queste, l’esecuzione è stata sospesa a due ore dalla morte. Per lui si stanno muovendo in tanti. Amnesty Italia, Usa e tutte le altre sezioni dell’organizzazione. E anche su Facebook ci sono pagine e gruppi che lo sostengono. Save Troy Davis e Free Troy Anthony Davis! sono i più numerosi. Il 22 giugno sarà il giorno della mobilitazione mondiale.

Troy Davis fa parte dell’esercito di più di 3.000 persone, numero aggiornato al luglio 2009, che sono in attesa di esecuzione negli Stati Uniti. Di queste, un centinaio sono stranieri. Ai primi posti nella classifica dei Paesi che compiono più condanne a morte si piazzano Stati autoritari come la Cina, l’Iran, l’Iraq e l’Arabia Saudita. "In questi posti – dice Nessuno tocchi Caino – la soluzione del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia e il rispetto”. La condanna capitale, comunque, rimane uno strumento utilizzato anche da nazioni “civilissime”. A volte pure su persone minorenni all’epoca del reato o al momento dell’esecuzione. Da qualche anno la corrente abolizionista sembra avere la meglio. Soprattutto da quando gli studi hanno evidenziato che non c’è relazione tra il tasso di criminalità e l’uso della pena di morte. Nel 2009 anche Burundi e Togo l’hanno cancellata dal loro codice penale. I Paesi che, nella legge o nella pratica, l’hanno abolita sono ora 139.

In Italia la condanna capitale era vietata dalla Costituzione del 1948, tranne casi previsti da leggi di guerra. Nel 1994 è stata abolita anche dal Codice Penale Militare di Guerra. Solo nel 2007 è stata completamente cancellata dalla Costituzione. Rimane invece in vigore, tra le polemiche, in 35 Stati e due legislazioni federali Usa. Nella prima metà del 2010, secondo Amnesty, negli States sono state messe a morte 25 persone. L’anno scorso, in tutto, 52. Il dibattito sull’abolizione o meno della pena capitale anima da tempo l’opinione pubblica americana. Si è discusso sugli errori giudiziari che possono colpire degli innocenti, sui costi sempre più alti legati alle condanne a morte, sui metodi da usare durante le esecuzioni. Teoricamente alcuni Stati prevedono l’impiccagione, la fucilazione, l’uso della sedia elettrica o della camera a gas. Quasi tutti, però, hanno deciso di usare l’iniezione letale. Con la benedizione della Corte Suprema Usa che, dopo sette mesi di indagini, ha stabilito che il metodo non viola la Costituzione. L’iniezione letale, quindi, continua ad essere considerata la via più civile, indolore e umana per giustiziare i condannati a morte. “Ma – si chiede Amnesty – esiste davvero un metodo umano per uccidere?”.

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