La Rete contro il codice di Maroni e Romani

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Il codice di autoregolamentazione non piace a chi nella rete ci vive. Né ai consumatori, né ai guru high.tech e neppure all'industria della musica

di Gabriele De Palma

La bozza definitiva di autoregolamentazione presentata nei giorni scorsi dal ministro dell'Interno Maroni e dal vice ministro Romani ha avuto in rete un impatto poco felice. Il documento, che ha preso le mosse dai gruppi su Facebook inneggianti l'attentatore di Berlusconi in Piazza del Duomo, ha come intento la regolamentazione degli internet service provider (Isp) – come Google - e i fornitori d'accesso a internet. Questi dovranno dotarsi di norme che prevengano contenuti illeciti e l'impegno a rimuovere quelli che sono lesivi della dignità personale.

Vittorio Zambardino chiama alla protesta contro la parte censoria del codice, L'avvocato Guido Scorza ha smontato punto per punto il testo che gli Isp dovranno sottoscrivere entro un mese. Mentre Stefano Quintarelli, tra i blogger più autorevoli in materia di società dell'informazione, considera il codice un segno dei tempi, che vogliono trasformare i fornitori di connettività in editori e spiega che i mezzi per tutelare la dignità delle persone già esistono. Marco Pierani, di Altroconsumo, propone una soluzione percorribile per garantire i diritti degli utenti e dare un senso di utilità pubblica al codice di autoregolamentazione. Insomma nella blogosfera italiana la discussione ferve e pochi plaudono questo Codice di autodisciplina a tutela della dignità della persona.

I pasticci del codice in effetti sono tanti, lacune testuali e procedurali (solo Google e Microsoft hanno contribuito alla stesura definitiva, Facebook e gli altri no), e alcune pericolose frasi (“prevenire gli atti illeciti”) che prefigurano scenari di censura. Quest'ultimo aspetto sarebbe in effetti molto grave, se il codice venisse approvato definitivamente in questa forma, costringendo i provider di servizi e di accesso a sorvegliare i dati degli utenti. La fortuna, che è anche il limite maggiore della proposta Maroni-Romani, è nell'aspetto sanzionatorio immaginato da questa norma negoziale. Cioè nessuno.

“Innanzitutto non succede nulla a chi non si adegua e non sottoscrive il codice – spiega Scorza a SKY.it – Uno scenario molto plausibile è che la regolamentazione non venga accettata da alcuni e si applichi a macchia di leopardo. Inoltre anche chi lo sottoscrive e poi non rispetta le policy come sanzione ha l'esclusione dal consorzio. È probabile che alcuni servizi internazionali, su tutti Facebook, nemmeno sappiano dell'esistenza del codice. O comunque non se ne preoccupino”.

Secondo Scorza è curioso che sia proprio Maroni a firmare un simile testo, dopo aver fatto outing sulla condivisione di file sulle reti peer-to-peer. “In effetti anche il contenuto che si scarica dal p2p dovrebbe essere sanzionato – prosegue Scorza - Ciò dovrebbe dare al ministro la dimensione del problema: se lui stesso fatica a discernere la liceità o meno di un comportamento e di un contenuto, come può pretendere che possano farlo gli operatori commerciali che dai contenuti degli utenti e dal traffico da questi generato traggono profitto?”.

Oltre alle perplessità sull'efficacia e potenziale strumentalizzazione censoria, la bozza Maroni-Romani solleva anche dubbi sui reali miglioramenti rispetto allo scenario attuale. “La formulazione attuale delle bozza mi sembra sia ancora un po' vaga circa le modalità pratiche di attuazione – sostiene Stefano Quintarelli - Se si interpreta dal punto di vista dell'utente che desidera la rimozione di contenuti che ritiene lesivi della sua dignità, l'utente lo può già fare: basta chiedere l'interruzione del trattamento dei dati che lo riguardano. Le leggi nazionali disciplinano già questi casi, e l'accordo internazionale Safe Harbour impegna già le aziende americane ad ottemperare alle normative europee in materia di privacy”. È inutile quindi il codice di autoregolamentazione? “Molti operatori, tra cui Google, hanno già strumenti e procedure che consentono agli utenti di segnalare e richiedere la rimozione di contenuti trattati illegalmente, anche rispetto alle leggi italiane. Un comitato di autoregolamentazione potrebbe servire a risolvere le controversie sulle richieste di rimozione. Una sorta di ombudsman, in questo caso ben venga, anche per aiutare ad informare il pubblico sui propri diritti e sull'esistenza di questi strumenti e procedure”. Sulla stessa linea anche Enzo Mazza, presidente della Federazione industria musicale italiana, che dichiara: “L'autoregolamentazione non serve a nulla, abbiamo già accordi di notice and takedown (avviso e rimozione, ndr) con le maggiori piattaforme di condivisione dei contenuti degli utenti”. Insomma un pasticciaccio all'italiana, e dire che il governo Berlusconi ha in progetto di convincere l'Unione Europea ad adeguarsi. Mentre in realtà nella Ue c'è un tavolo aperto per discutere di questi temi inaugurato più di un anno fa, e che in modo molto più partecipato, democratico e morbido sta cercando di capire come affrontare il problema.

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