Inchiesta appalti, Cicchitto: "No a liste di proscrizione"

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Il Pdl contro la pubblicazione della lista di Anemone. Nicola Mancino si difende: non ho ricevuto regali. E l'Idv chiede una commissione d'inchiesta

Il mondo politico si divide dopo la pubblicazione sui giornali della lista trovata sul computer di Diego Anemone con i nomi di chi avrebbe usufruito dei lavori della sua ditta.

Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati Pdl ha dichiarato: "Siamo in una situazione per un verso paradossale per un altro verso gravissima: prima vengono offerti in pasto elenchi di nomi poi, chissà quando, verranno fatte le indagini. Nel frattempo ogni nome è offerto al massacro mediatico, indipendentemente dalle ragioni per cui esso si trova nel computer di Anemone. Ovviamente il segreto  istruttorio è praticamente annullato da tempo e in compenso ci  troviamo di fronte all'ennesima lista di proscrizione".

Di tutt'altro avviso Massimo Donadi, capogruppo alla camera dell'Idv che chiede una commissione parlamentare per fare luce sul giro d'affari di Diego Anemone: "La lista di 400 nomi collegati ad  Anemone è una ragnatela della vergogna e del malcostume. Sembra  sempre più evidente che un gruppo di persone ha fatto affari d'oro controllando appalti e settori delicati della vita pubblica del nostro Paese. Per chiarire interessi e rapporti di questa Spectre di affaristi e funzionari è opportuna una commissione parlamentare d'inchiesta".

Alza la voce anche chi ha letto il proprio nome nella lista. Prima tra tutti Nicola Mancino, vice presidente del Csm ed ex Ministro degli Interni che ha precisato "Il signor Anemone non mi ha fatto alcun regalo".
"A seguito della mia nomina a ministro dell'Interno", risalente al '92, spiega Mancino, "vennero commissionati dal Sisde all'impresa del signor Diego Anemone lavori di messa in sicurezza dell'appartamento da me allora abitato, in locazione a Roma in corso Rinascimento 11. Si trattò essenzialmente della blindatura di porte e di finestre".

Nel 2004-2005, quando Mancino si trasferì in via Arno, "feci eseguire a mie spese - spiega ancora il numero due di Palazzo dei Marescialli - modesti lavori di messa in opera di due librerie a muro e di un armadio, anch'esso a muro: fu naturale per me rivolgermi ad un'impresa che godeva della fiducia di istituzioni prestigiose, e perciò dava garanzie di affidabilità". Alla luce di ciò, Mancino ribadisce che "da me l'imprenditore Anemone non ha avuto alcun tipo di protezione né io ho avuto da lui alcuna 'regalia' come si è scritto".

Mancino precisa, inoltre, "poiché si fa riferimento anche ad altri immobili" che "quando la società del gruppo Pirelli, proprietaria dell'immobile di corso Rinascimento, mise in vendita gli appartamenti, io acquistai quello da me locato, intestandolo a mia figlia". Successivamente, conclude, "per comprare un appartamento in via Arno mia figlia ha venduto quello di corso Rinascimento, mentre mia moglie ed io abbiamo venduto il nostro appartamento di Avellino".

Ma Mancino non è l'unico a prendere distanze dalla "cricca" di Anemone.

"Sono assolutamente sorpreso. Io non ho mai avuto a che fare con cose così e vivo in una casa in affitto". L'economista Andrea Monorchio, ex ragioniere generale dello Stato, commenta così il fatto che il suo nome compare tra quelli citati da Repubblica. Il quotidiano scrive oggi di un elenco di circa 400 nomi, che sarebbe stato sequestrato dalla Guardia di Finanza, relativo a beneficiari di lavori di ristrutturazione edile "affrontati da Diego Anemone in un uffici pubblici e appartamenti privati della nomenklatura nazionale". Monorchio commenta: "E' vero che vivo in via Sistina, ma in una casa in affitto, ed i lavori di ristrutturazione li ha fatti il proprietario". Lo ha detto rispondendo ad una domanda dei giornalisti a margini della riunione del direttivo dell'Assonime (associazione fra le società italiane per azioni)

Interviene anche il giudice della Corte Costituzionale, Gaetano Silvestri, che dichiara di "non conoscere e di non aver mai conosciuto" Diego Anemone e di "non possedere e di non aver mai
posseduto immobili di qualunque genere a Roma". Il giudice della Consulta, il cui nome compare nella lista, auspica che il proprio nome "non venga più accostato a vicende alle quali è totalmente estraneo".

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