Milano, la lunga notte elettorale degli inglesi

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Birra, exit pool e tante sciarpe di squadre di calcio appese alle pareti: ecco come la comunità britannica milanese ha vissuto la vittoria dei Tories in pub in zona Sempione

ELEZIONI IN GRAN BRETAGNA: TUTTE LE IMMAGINI

di Valeria Valeriano

Un pub, qualche birra, quattro chiacchiere. La comunità britannica milanese trascorre così la notte elettorale. Il punto di ritrovo, alle 22.30, è il 442. Il locale di via Procaccini, in zona Sempione, è frequentatissimo dagli anglofoni meneghini. Soprattutto dagli sportivi. Tavolini rivestiti di carta in bianco e nero con immagini di calciatori, 298 sciarpe appese alle pareti, soffitto in legno e schermi piatti. Che di solito trasmettono partite di football o rugby ma che, per l’occasione, sono puntati su SkyNews Uk e Bbc.
In realtà, i britannici che decidono di seguire qui i risultati delle elezioni non sono tantissimi. Una trentina. Più qualche studente italiano che non si lascia sfuggire una full immersion linguistica. “Ora che tutti, a casa, hanno un canale inglese, preferiscono stare lì. Comodi e tranquilli si soffre meglio, l’attesa è più piacevole”. A parlare è Simona Frignani, segretario generale della British Chamber of Commerce for Italy. Italiana e con un marito inglese. “Anche lui è rimasto a casa”, rivela.
La Camera di Commercio ha organizzato questo incontro. “La sede centrale è a Milano – spiega la dottoressa Frignani – ma ci sono altre dieci sedi regionali. Abbiamo 400 soci, di cui 200 in Lombardia. Spaziano dalle banche enormi come HSBC e Barclays, a singoli cittadini desiderosi di non perdere i contatti con la Madre Patria”. La British Chamber of Commerce for Italy organizza eventi in tutto il Paese, circa 90 all’anno. “Siamo attivissimi – continua il segretario generale – tanto che abbiamo vinto il premio come migliore Camera Britannica per il 2010 ”.

Sono passate le 23. I discorsi di tutti si interrompono. Sul Big Ben vengono proiettati i primi exit poll. La torre dell’orologio si tinge di blu, il colore dei conservatori. Sarebbero loro i vincitori, con 307 seggi. I laburisti di Gordon Brown avrebbero 255 deputati. Non sfonda Nick Clegg, nonostante i sondaggi positivi: i liberal democratici si fermerebbero a 59 seggi. Nel pub sale il brusio. Dopo le strette di mano, le presentazioni e i saluti, possono partire i commenti.
“Hung Parliament”, ripetono in molti. Parlamento appeso, bloccato, paralizzato. Sì, perché ai Tory di David Cameron mancano 19 seggi per avere la maggioranza netta che permetterebbe loro di governare da soli. “Non accadeva dal 1974, con il conservatore Edward Heath”, dice qualcuno con i capelli bianchi. Ad un’ora dalla chiusura delle urne ecco qualche risultato ufficiale. Vincono i Labour. Nel primo, nel secondo e nel terzo comune. Urletti di gioia, brindisi alla birra e mani verso il cielo tradiscono l’appartenenza politica dei britannici di via Procaccini. Tifano per Gordon Brown. Ma sanno che la notte è lunga e non si illudono. “Queste sono roccaforti dei laburisti. Il risultato qui era scontato. È altrove il problema”, spiegano. E infatti i dati che arrivano dopo sembrano favorire David Cameron.

“In fondo è giusto così”, si sfoga David Crackett, presidente della British Chamber of Commerce for Italy. Lui è un Labour, ma questa volta preferirebbe vincessero i conservatori. “Dopo tanto tempo è necessario un cambiamento – dice agitando la birra che ha in mano –. E poi Brown non mi è mai piaciuto”. David Crackett, però, è un elettore virtuale. È un cittadino britannico, nato vicino Newcastle, ma vive nel nostro Paese da parecchio. Da troppo. “Chi risiede all’estero per più di 15 anni perde il diritto di voto nel Regno Unito – spiega –. Non mi sembra corretto: io non posso votare né lì né qui in Italia, dove pago le tasse. Nella mia vita non ho mai votato. Sono andato via dall’Inghilterra giovanissimo. Allora non si potevano esprimere preferenze politiche fuori dal Paese. Poi la legge è cambiata: ora si può votare tramite posta, procura o andando al consolato. Ma c’è la clausola dei 15 anni. E per me era già troppo tardi”. Il presidente si è trasferito in Italia 35 anni fa. “Era estate, e nel mio paese pioveva da tre mesi. Ho deciso di partire. A gennaio sono arrivato a Milano. C’era la nebbia. Ne sono rimasto così affascinato che non sono andato più via”.
Le ore passano. La stanchezza cresce. I bicchieri vuoti si accumulano. Arriva un secondo rilevamento. Arrivano altri risultati. I numeri cambiano, la sostanza no: l’epoca dei laburisti sembra finita. I britannici vanno via dal pub. Aspetteranno a casa i dati definitivi. A Milano è ancora buio. A Londra, almeno secondo i conservatori, è già l’alba.

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