Come ti catturo il criminale grazie a Facebook

La cattura del latitante Pasquale Manfredi, "Scarface" per gli amici di Facebook
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La Polizia postale controlla costantemente i social network a caccia di latitanti e ricercati, che si isolano e si nascondono nella vita reale, ma non rinunciano ad aggiornare il proprio profilo

Di Cristina Bassi

Infiltrati, pedinamenti, raccolta di prove, “impronte” da confrontare con la banca dati. La caccia degli specialisti della Polizia postale però non è per strada ma sulla Rete e gli obiettivi non sono criminali con nome e cognome ma ricercati che si nascondono dietro “nick” come Scarface o Rambo. Gli agenti internauti trascorrono ore a “smanettare” su Facebook. E non certo per trovare nuovi amici. Monitorano costantemente gruppi e profili alla ricerca di eventuali reati, ad esempio contenuti pedopornografici, diffamatori, a sfondo razzista o discriminatorio. In alcuni casi raccolgono informazioni utili su persone sospette. Ma perché un criminale tanto attento a nascondersi fisicamente poi si espone su Internet? “Come accade per le persone comuni – spiega Fabiola Treffiletti, funzionario della Postale lombarda –, la facilità di utilizzo e il contesto friendly dei social network possono spingere anche un ricercato, magari desideroso di un contatto con l’esterno, a parlare di sé e a dare informazioni personali con una certa leggerezza”. Dipende dalla tipologia di criminale, continua il vicequestore aggiunto Treffiletti: “Un terrorista o un truffatore che usano la Rete per i loro scopi, di certo pianificano tutto per non lasciare tracce. Mentre il pedofilo e il latitante di mafia sono generalmente meno esperti e agiscono spesso per l’impulso del momento”.

Niente telefonate, solo “pizzini”, nessuna visita di parenti e isolamento dal mondo esterno. I latitanti evitano di lasciare qualunque traccia che possa facilitare il lavoro della polizia, a costo di rinunciare all’aria aperta e agli affetti. Ma le cronache recenti dimostrano che la nuova debolezza di criminali e pregiudicati si chiama Facebook e che la scia da seguire è diventata quella informatica. È successo nel caso di Pasquale Manfredi, il latitante della ‘ndrangheta catturato perché non resisteva alla tentazione di aggiornare il suo profilo. E capita sempre più spesso anche con rapinatori, bulli e stupratori di gruppo che si vantano sui social network delle proprie azioni oppure li usano per adescare le vittime.

Una volta che la polizia ha trovato l’indizio di un reato, procede su un percorso preciso. Il magistrato richiede alla società che gestisce il social network i dati utili per rintracciare la persona che ha inserito i contenuti sotto accusa. Attraverso l’id, il codice identificativo del computer, si risale all’utenza telefonica. A questo punto, per capire chi, all’interno ad esempio di una famiglia o di un’azienda, ha effettivamente scritto da un determinato indirizzo e-mail o con un particolare nick name, si incrociano i documenti del pc, le utenze, le password, le conversazioni in chat, le date e gli orari di utilizzo. L’ultimo passaggio è la raccolta delle prove, con la perquisizione e il sequestro del materiale informatico.
L’appiglio dell’id è quasi sempre efficace, anche quando l’utente usa un nome falso o un nick. A meno che non sia così esperto da servirsi delle cosiddette “macchine bucate”, cioè di connessioni di persone inconsapevoli che vengono violate e usate per commettere reati. Questi professionisti del mimetismo virtuale sono molto più difficili da rintracciare.

Le indagini sui social network sono diverse da quelle fatte alla caccia dei pedofili della Rete. “In quest’ultimo caso – precisa Fabiola Treffiletti –, considerato che l’attività nasce da un effettivo reato, la legge prevede il ricorso a ‘infiltrati’ informatici, che si inseriscono sotto copertura nei circuiti di scambio del materiale fuorilegge. Questo metodo è necessario per individuare un maggior numero di responsabili. Con Facebook invece, se non c’è alcun illecito, ci limitiamo al monitoraggio e alla verifica delle segnalazioni che riceviamo dai cittadini”.

La polizia Postale non usa Facebook solo per scovare criminali incalliti. Ci sono anche situazioni più comuni, ma non per questo trascurabili. Come con le persone che dichiarano di volersi suicidare e che devono essere rintracciate urgentemente. Oppure con i ragazzi che insultano i propri professori sulle bacheche dei social network, senza rendersi conto che possono finire nei guai e credendo che il web assicuri loro l’immunità. Anche i falsi profili e i furti d’identità virtuale, le sostituzioni di persona e la diffusione di informazioni non vere su personaggi pubblici sono molto frequenti.

Sui gruppi con contenuti razzisti, discriminatori, politici o che esaltano la violenza la polizia non può intervenire direttamente. L’esempio più recente è il profilo creato dai fan del clan camorristico degli scissionisti, invaso da centinaia di commenti a cavallo tra mitomania e inquietanti riferimenti a omicidi e spedizioni punitive. “In assenza di un illecito accertato, non sta a noi entrare nel merito dei contenuti, né abbiamo la facoltà di oscurarli – sottolinea il funzionario della Postale –. Inoltre certi gruppi sono una preziosa fonte di informazioni, da sfruttare per individuare tutte le persone che partecipano e non solo chi li ha aperti”. Le società che gestiscono i social network non hanno l’obbligo del controllo preventivo sui contenuti, spetta al magistrato valutare le misure da adottare. Anche se la recente sentenza che ha condannato Google per il video in cui veniva preso di mira un ragazzo disabile rappresenta un segnale preciso.

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